Prigioni mentali

Si scosta all’improvviso. Senza più il suo peso a schiacciarmi mi sento incredibilmente leggera. Eppure la sensazione non mi piace.
Scuoto la testa confusa dalle mie stesse emozioni.
“Vieni” ordina trascinandomi per un polso.
“Magari” la risposta mi esce prima che possa pensare. Lui si blocca davanti alla porta e mi fissa. Un sorriso stravolgente si accende sul suo viso “Sei insaziabile”
Dovrei vergognarmi, o almeno arrossire, e invece mi limito ad alzare le spalle in un gesto di consapevole innocenza.
Appena entro nello studio chiude la porta posando le mani ai lati della mia testa.
Non mi sta nemmeno toccando ma io mi sento come se di nuovo mi avesse imprigionato. Le sue braccia sono il mio limite; oltre non si può andare.
Sorprendentemente scopro che ora, chiusa in un recinto immaginario, mi sento di nuovo libera di essere me stessa. Definisce i miei confini e mi piace…mi piace da impazzire.
Strofino la faccia contro il suo braccio muscoloso guardandolo da sotto le ciglia.
“Dio santo piccola…davvero ne vuoi ancora?”
Mi inarco verso di lui slacciando la camicia.
Il suo respiro si rompe per un istante.
“Toglili” ordina indicando i boxer con gli occhi.
Infilo le dita tra i miei fianchi e il tessuto e li faccio scivolare giù lungo le gambe.
Appena li sfilo del tutto si avventa su di me come un falco.
La sua bocca violenta la mia: pretenziosa, possessiva, padrona.
Le sue braccia sollevano e spalancano le mie gambe sospendendomi tra la porta e il suo corpo.
Sono già su di giri.
Il suo bacio mi sta mandando completamente fuori.
“Guardami” ordina interrompendolo
Apro gli occhi cercando di metterlo a fuoco.
“Dovrai guardarmi per tutto il tempo”  mi lecca il collo interrompendo il contatto visivo solo per un istante. Rabbrividisco di piacere.
“Hai capito?”
Faccio si con la testa incapace di qualsiasi altra reazione.
“Sarò brutale”
Ansimo
“E veloce”
Un’ altro inspiegabile gemito.
“Tieni gli occhi aperti”
E affonda con tutta la sua potenza facendomi esplodere all’istante.
Si ritira e riaffonda. Sempre più potente. Sempre più in fondo. Senza nessuna pietà.
Chiudo gli occhi urlando all’ennesimo orgasmo.
“Guardami cazzo!” ringhia a denti stretti affondando ancora.
Obbedisco e vengo ancora.
I suoi colpi sono insostenibili ormai.
Ogni affondo è un esplosione di dolore e piacere assoluto.
Vado in frantumi sotto di lui mentre con un ultimo colpo affonda ed esplode per me.

 

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Io non io.

Sono scioccata.
Io non faccio queste cose!
Non mi faccio sbattere ai muri come una puttana.
Non provo piacere per il dolore. Odio il dolore.
Non sopporto la violenza.
E non ho orgasmi così!

O forse questi sono gli orgasmi veri?
Ma allora tutte le volte che ho pensato di venire facendo sesso? Sbagliavo?
Certo un orgasmo così non lo puoi proprio fingere o simulare.
E lui sembra impazzire per questo mio nuovo modo di esplodere.

Beh di sicuro IO impazzisco!

E’ come se lo sentissi crescere dentro di me.
Una specie di marea che sale, lenta e dirompente, trattenuta a stento da una diga sottile. Poi un ultima goccia. E il muro della diga esplode.

La sensazione di piacere che si propaga in tutto il corpo con l’energia di un esplosione vulcanica.

E diventa in un attimo una droga.

Finisce. Ma ne voglio ancora.

Subito.

Adesso.

Un altro.

NO.No.
Io non sono così!

“Ancora uno ti prego” lo supplico.

 

 

Il potere è di chi se lo prende.

Sbadiglio poco elegantemente mentre apro la porta che da sul locale.
Ora che è vuoto e buio sembra enorme e abbandonato. Inconsapevolmente incrocio le braccia sul seno in un inspiegabile bisogno di protezione.
Seduti al bancone, nell’unico punto illuminato, i tre uomini sono immersi in una fitta conversazione.
La bottiglia di whisky passa dall’uno all’altro giusto il tempo di riempirsi i bicchieri.
La luce fredda della luna mi basta giusto per controllare di aver indossato correttamente boxer e camicia; certo preferirei degli abiti più caldi e coprenti ma non ho alternative immediate quindi è inutile lamentarsi.
Con tutta la nonchalance di cui sono capace  mi avvicino al terzetto.
La conversazione si interrompe di colpo mentre mi siedo su uno sgabello tra loro.
“Che silenzio assordante”
Nessuno risponde. Non riesco a decifrare i tre sguardi puntati su di me: preoccupazione? Irritazione? Sorpresa?
Sinceramente a questo punto sono così stanca e in overdose di emozioni che nemmeno mi interessa. Prendo un bicchiere a caso e bevo.
Le labbra bruciano da morire, sento la scia di fuoco tracciata dal liquore giù lungo la mia gola, fino al mio stomaco. Per un attimo ho la sensazione di essere in fiamme.
“Io ho bisogno di mangiare. E di dormire” annuncio alzandomi.
Jonathan e Steve scattano in piedi e Mike si gira verso la cucina.
“Fermi” sbotto “Non ho detto che dovete pensarci voi!” reclamo la mia indipendenza.
“Ma piccola..” Jonathan allunga la mano ma io lo allontano con un cenno della testa.
“Ho solo bisogno che qualcuno mi dia dei vestiti decenti così che possa uscire da qui e tornare  in albergo..e magari a casa mia” aggiungo, frustrata e a voce più bassa.
Ma forse non abbastanza bassa visto che lui mi pianta addosso quei fantastici occhi con aria inquisitoria “Vuoi scappare?”
Ah dritto al punto, il bastardo!
“No” raddrizzo le spalle, sfidandolo.
“Hai detto che vuoi tornare a casa”
“Non posso certo stare qui per sempre, no?”
La parte di me che guarda i film romantici di nascosto spera che lui se ne esca con qualche risposta stile Harmony che smentisca la mia affermazione, invece “Perché vuoi scappare… da me?”
Si è avvicinato e mi sovrasta. Le punte dei suoi piedi nudi toccano le mie.
Abbasso lo sguardo e solo in quel momento mi accorgo che addosso ha solo i pantaloni; dalla vita spuntano pochi peli scuri.
“Sei insaziabile”
La sua voce roca mi riporta alla realtà in un lampo.
“Non so di cosa parli” nego l’innegabile.
“Sto parlando” afferra con due dita la stoffa della camicia e la tira verso di se. Slaccia due bottoni scoprendo l’incavo tra i seni “dei tuoi capezzoli che sono diventati turgidi e duri mentre guardavi questo” con l’altra mano si accarezza il membro ancora coperto dai pantaloni.
Adesso la stoffa fatica a trattenere la sua virilità dura e gonfia.
Guardo incantata e senza fiato.
Slaccia un altro bottone.  Ancora uno e la camicia si aprirà lasciandomi scoperta davanti a tutti.
Basta il pensiero perché ritrovi un minimo di pudore.
“Che cazzo fai” sibilo allontanandomi “non siamo soli”
Mi allontano impettita dandogli le spalle.
Per la duemillesima volta in questi giorni mi ritrovo ad insultarmi da sola.
Devo concentrarmi su quello che devo fare: uno trovare dei vestiti, due ritrovare la strada per l’albergo, tre recuperare le mie cose, quattro andarmene da qui.
Me lo ripeto come un mantra camminando verso lo studio di Steve. Da qualche parte la dentro ci sono i miei vestiti.
La mia mano afferra la maniglia e la stringe.

Solo un attimo.

La presa mi sfugge mentre due mani mi afferrano per i fianchi strappandomi letteralmente dalla porta. Mi ritrovo sbattuta contro il muro con un colpo deciso.
Il suo corpo si schianta sul mio, mi stringe i polsi portandoli sopra la mia testa, mi costringe ad allungarmi finché non mi ritrovo in punta di piedi. Una gamba scivola possessiva tra le mie e con la coscia preme proprio li dove sento l’improvviso bisogno di lui. La posizione in cui mi tiene costretta ha fatto saltare l’ultimo bottone della camicia, i miei capezzoli sfregano contro il muro ruvido e freddo.
Lui si strofina su di me e a ogni suo spostamento il mio corpo sfrega contro il muro in un movimento riflesso.
Sento dolore ma con mia totale sorpresa è un dolore che mi fa eccitare, che provoca e nutre  il mio piacere.
“Lo vedi che ti piace” sussurra languido spingendomi nuovamente contro la parete.
Non riesco a trattenere un gemito.
“Io so cosa ti piace”
Il muro sembra più ruvido ora che i capezzoli sono di nuovo tesi per la mia eccitazione.
Preme la sua coscia tra le mie gambe, tira i polsi verso l’alto e di nuovo si muove su di me costringendomi a strusciarmi contro il muro.
I capezzoli sfregano strappandomi un ansito di doloroso piacere.
“Io sono il tuo padrone”
La sua eccitazione è dura ed enorme sulla mia schiena.
“Io possiedo il tuo piacere”
Allenta la pressione con la coscia solo per aumentarla ancora di più l’istante successivo.
La mia voglia esplode in un fiotto bagnato che inzuppa i boxer
“Sei mia” ringhia soddisfatto “Solo mia”

Il risveglio dal sogno forse uccide, mai tradisce.

Il sogno è sempre lo stesso: un enorme prato lussureggiante illuminato dal sole di un pomeriggio estivo; lo tengo stretto a me, sono felice mentre lo guardo dormire protetto dalle mie braccia. Non mi accorgo dell’oscurità che lenta e inesorabile risale la distesa erbosa finché non è troppo tardi. Si addensa di fronte a me, un mostro dalle mille spire fumose che infine si condensano rivelando una persona che ho molto amato; lo strappa dalle mie braccia. Così. Senza preavviso, senza dire nulla.
Quando finalmente riesco a reagire la figura si sta già incamminando dandomi le spalle, lo porta via. Via da me.
Lui mi guarda disperato e impaurito.
Mi lancio all’inseguimento ma il  terreno si apre davanti ai miei piedi. Una voragine fatta di terra e zanne aguzze mi inghiotte insieme al mio urlo disperato, le braccia che mulinellano nell’aria nel disperato tentativo di volare fuori da li. La buca si chiude, infinite zanne mi trafiggono.
La figura oscura è sparita per sempre. Se l’è portato via. Non lo vedrò più.
Il dolore è  troppo. Continuo a cadere nella voragine senza fondo con le punta acuminate che mi strappano la carne.

Spalanco gli occhi di colpo trasalendo.
Se non fosse per la sottile striscia di luce che arriva da sotto la porta, sarei immersa nell’oscurità più totale.
Mi metto seduta mentre il mio cervello si snebbia e il ricordo di quello che è successo  in questa stanza scaccia i resti del sogno.
L’immagine di lui che mi prende dolcemente, dopo la mia performance auto erotica, e fa l’amore con me, sussurrandomi  il suo desiderio tra i capelli.
Io che vengo di nuovo mentre lui non smette di tenermi.
Sorrido come una cretina mentre rivivo ogni istante.

Devo essermi addormentata subito dopo. Ormai non faccio altro che entrare e uscire dal mondo dei sogni.
In effetti negli ultimi giorni sono successe cose così irreali che potrei anche averle sognate. Magari non è vero nulla.
Forse sto impazzendo e lui è il modo in cui la mia mente provata dagli incubi cerca sollievo.
Malata di mente lo devo essere per forza, per dirmi ‘ste stronzate!
Certo che è reale: lui,  noi, i suoi amici, la bionda. Prendo la testa tra le mani, un sospiro di rassegnazione mi sfugge portandosi via anche un po dei miei pensieri.
Il brontolio proveniente dallo stomaco mi avvisa che ho urgente bisogno di cibo.
Mi alzo ma mi risiedo subito colta da una fitta.
Troppa attività fisica, di tutti i tipi oserei dire, e poco cibo.

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Ho anche bisogno di andare in bagno.

Un bel respiro e mi rialzo. Questa volta riesco a rimanere in piedi, resto ferma finché trovo l’equilibrio e i miei occhi si abituano al buio. Credo di aver addosso solo la sua camicia, ormai riconosco la stoffa morbida; e poi ha quel profumo che mi fa impazzire.  Vorrei avere dei pantaloni, o comunque qualcosa da infilarmi che mi copra di più ma, anche se mi sono abituata all’oscurità, non vedo così bene da scovare dei vestiti.
Mi muovo intorno al divano: i piedi che strisciano per terra nella speranza di trovare degli abiti e le mani tese in avanti per evitare ostacoli. Pensa se entra qualcuno e accende la luce, mi dico, che scena imbarazzante, ridacchio da sola immaginandola.
Calpesto qualcosa di morbido, raccolgo l’indumento facendolo scivolare tra le dita. Mi sembrano dei boxer. Saranno i suoi?
Ma se fosse così ,lui che cos’ha addosso?
E poi dov’è?
Infilo i boxer sperando siano nel verso giusto e, un po più coperta e sicura di me, mi avvio verso la scia di luce che ancora arriva dalla soglia.

 

Tocchi proibiti

“Sei così bella” sussurra.
Le sue dita sfiorano dolcemente le mie labbra gonfie e doloranti.
Resto immobile, incapace di muovermi.
La sua bocca si avvicina alla mia, la sua lingua ripercorre il percorso appena tracciato dalle dita, arriva sulle ferite,  le lecca dolcemente strappandomi un gemito.
Si ritrae di colpo “Scusa piccola” il suo sguardo mi spezza il cuore “Ti fa male?” Lo osservo con gli occhi socchiusi senza rispondere.
Lo attiro verso di me “Baciami”  imploro.
Mi rendo conto di avere un tono supplicante ma non posso farci nulla.
Ho bisogno di lui. Dei suoi baci. Di piangere, di ridere, di non pensare…
La sua bocca copre la mia, mi accarezza con un bacio lento..di nuovo arriva sulle mie ferite, di nuovo gemo piano. Questa volta non si ritrae, il suo tocco si fa più dolce e percorre di nuovo li dove fa male.
Tremo tra le sue braccia emettendo un gemito soffocato.
Dolore e piacere si mischiano mentre passa ancora la lingua negli stessi punti. Schiudo le labbra desiderosa di avere di più; affonda nella mia bocca, delicato e tenero in modo struggente. Mi lascio andare tra le sue braccia godendomi la sensazione di questo bacio dolorosamente dolce.
Sento improvvisamente freddo al seno. Poi la sua mano calda arriva a coprirlo.
Persa nel bacio non mi sono nemmeno resa conto che mi ha abbassato il vestito.

Sono sdraiata tra le sue braccia, la testa reclinata all’indietro, gli occhi socchiusi; mi godo il tocco delle dita calde: mi accarezza il seno provocandomi brividi che arrivano dritti tra le mie gambe.
“Dio mio, sei così bella piccola”
Prende un capezzolo tra le dita e lo stringe.  Ansimo. Stringe più forte, mi fa male e mi fa godere.
Istintivamente m’inarco verso di lui in una muta richiesta di non fermarsi, di darmi di più.
Un attimo e mi ritrovo seduta sul divano, il vestito sollevato e lui inginocchiato tra le gambe spalancate che mi osserva: un lupo affamato di fronte ad un agnellino gustoso.
Resta fermo così, guardandomi; mi ci vuole un attimo per capire che sta chiedendo il mio permesso.

Mi prendo un secondo per pensare che quello che è successo stasera deve averlo davvero sconvolto, da quando mi chiede il permesso prima di sbranarmi?
Non voglio pensarci; non ora.

Allargo di più le gambe facendo risalire ancora un po’ il vestito. Lo sento trattenere il fiato, si lecca le labbra guardando tra le mie cosce. Sono completamente esposta a lui e dannatamente bagnata.
Nonostante il mio evidente desiderio continua a restare fermo, in attesa.
Non so cosa mi passi per la testa ma, all’improvviso, sento le mie dita accarezzare lente il centro del mio piacere: emette un verso roco che mi infiamma.
Mi rilasso sul divano e affondo le dita dentro di me.
Voglio venire.
Così.
Per lui.
Affondo dentro me stessa, l’altra mano accarezza il clitoride; dimentico tutto mentre lo sento gonfiarsi e pulsare tra le mie mani. Le mie carezze diventano più profonde e più spinte, riconosco la sensazione di quegli orgasmi liquidi che lui mi ha fatto scoprire e che mi sono già così indispensabili; lo sento montare: lento, impetuoso e devastante.
Allargo ancora le gambe, le sollevo per aprirmi meglio; le sue mani salgono a stringere le mie cosce aiutandomi a stare così:  affondo meglio toccandomi più a fondo, il clitoride pulsa stretto tra le mie dita; sento che ci sono.

“Piccola ti prego!”
Apro gli occhi all’improvviso; le mani sollevate a tenermi spalancata per lui, accovacciato tra le mie gambe, lo sguardo infiammato e supplicante,è una delle cose più erotiche che io abbia mai visto.
“Dammelo” mi implora
Affondo un ultima volta e poi tolgo le dita sentendo l’orgasmo schizzare letteralmente fuori da me.
Come un fulmine si lancia con la faccia tra le mie cosce e mi beve. Tutta.
Urlo. La sua presa sulle gambe diventa ferrea e mi  tiene ferma. Impossibilitata a chiudere le cosce non riesco a gestire l’orgasmo che diventa intenso e infinito. Urlo ancora mentre instancabile succhia e lecca ogni goccia del mio piacere.
La sua lingua affonda, esce il tempo di accarezzarmi tutta e affonda di nuovo. Si sposta sul clitoride lo succhia e poi è di nuovo dentro di me. Va avanti così per un tempo infinito provocandomi un sensazione intensa e struggente.
Un altro orgasmo monta devastante e esplode nella sua bocca.
Mugola mentre cerca di bermi tutta.
Sento che è così tanta da colare nella sua bocca, tra le mie gambe, sul suo collo.
“Dammelo tutto piccola” mi incita con la bocca incollata alla mia pelle bagnata “Ti prego!”
Il mio corpo e la mia mente si perdono e  lascio andare tutto urlando il suo nome.

 

Io e lui. Di Nuovo.

Sono sveglia già da un po ma trovo così dolce e confortante l’essere cullata da queste braccia che non oso aprire gli occhi nel timore che con il mio risveglio si interrompa.
Respiro piano stretta al suo petto, il profumo della sua pelle mi entra dentro. Come un toccasana scorre sul mio cuore e il dolore piano piano sembra attutirsi, fa un po meno male.
Sento una porta aprirsi e dei passi avvicinarsi.
Ho paura, mi irrigidisco tra le sue braccia.
Mi stringe più forte sussurrando tra i miei capelli con la sua voce profonda: “Tranquilla piccola, non ti lascio”
Nonostante la sua rassicurazione resto all’erta, tesa. La sua mano mi accarezza la schiena.
Rimango inquieta, la faccia nascosta nel suo petto, le mani aggrappate ai suoi vestiti, tutto il corpo richiuso su se stesso come un bozzolo che tenta di nascondersi dentro queste braccia forti.
Ma che cavolo mi sta succedendo?
Da quando mi nascondo invece di affrontare il pericolo?
Non sono io quella che nell’ultimo anno si è cacciata nelle situazioni più assurde e pericolose per scelta? Per lottare? Per sentire il dolore scavare ferite su pelle e anima? Non sono forse io quella che ha sfidato il pericolo non sapendo se voler vincere o perdere così che tutto finalmente finisse?
E adesso mi rannicchio come una gattina impaurita contro il suo corpo, per due schiaffi presi da una qualunque?

La paura si ritira come la marea, al suo posto sento montare la rabbia: cieca, potente, devastante. Mi scorre dentro riscaldando le mie vene, da nuovo vigore ai miei muscoli. Mi scuoto e mi metto seduta slegandomi dolcemente dal suo abbraccio.
Sono pronta a combattere ma voglio che lui sappia che la mia rabbia non è rivolta a lui.
Mi volto a guardarlo.
Dio, è così bello.
Lascio correre le mie dita su quelle labbra perfette distraendomi per un attimo dai passi in avvicinamento.
Il rumore della porta che si apre piano mi riporta alla realtà.
D’istinto mi volto verso l’ingresso: il corpo teso e pronto alla lotta.
Anche lui reagisce d’istinto e si alza frapponendosi fra me e chiunque stia per entrare.
Cerco di spostarlo ma non si muove di un millimetro. Non vedo nulla se non la sua schiena ampia, muscolosa e dannatamente sexy…chissà che sensazione meravigliosa dev’essere affondare le unghie in quei muscoli potenti mentre lui affonda dentro di me con tutto il suo peso…
Ma che cavolo! Come faccio a pensare al sesso in un momento così?
Devo davvero avere qualcosa che non va!

Riporto la mia attenzione al presente.

La porta si apre e il suo corpo si tende pronto a scattare.

Un attimo dopo lo vedo rilassarsi di colpo.

“Steve maledizione sei tu!” sbotta ” Hai rischiato ti spaccassi la faccia”

Si rimette seduto trascinandomi con se e riavvolgendomi nel suo abbraccio.

“Ho mandato via tutti” Steve sembra invecchiato di colpo. Le spalle sono curvate da un peso invisibile, il suo sorriso da dio scandinavo si è spento togliendo al suo viso quell’aria luminosa e spensierata che lo rende irresistibile.
Siamo in quello che credo sia il suo ufficio: una stanza ampia ricavata da un piccolo deposito annesso alla centrale.
“Sta arrivando anche Mike”ci informa Steve “ha preparato qualcosa da mangiare”; io mi accoccolo ancora una volta tra le sue braccia, lui le allarga per permettermi di sistermarmi meglio prima di attirarmi verso di se. Mi sento improvvisamente tranquilla e sfinita.
Chiudo gli occhi.
Mi piace stare qui.

Steve deve essersi alzato, sento i suoi passi nella stanza, poi rumore di bicchieri.
“Ehi piccola ne vuoi un goccio?” apro gli occhi controvoglia. Jonathan mi avvicina il bicchiere alle labbra, l’altro braccio mi avvolge stretta. bevo un sorso di whisky: il liquido brucia sulle mie labbra tagliate e gemo piano. Lui si irrigidisce e mi attira contro di se.
“Va tutto bene” lo rassicuro “è già passato”
“Tutto bene un cazzo!” sbotta Steve. Continua a camminare per la stanza, irrequieto come un leone in gabbia. Arriva anche Mike con un vassoio pieno di cibo “Calmati amico” posa tutto su una scrivania e mi allunga una bottiglietta d’acqua “prova questa, dovrebbe bruciare meno” mi dice strizzandomi l’occhio.
Trangugio l’acqua con poca eleganza. Dio, è così buona.

Il silenzio nella stanza è soffocante.  Mi guardo attorno ritrovandomi con tre paia d’occhi puntati addosso. Steve mi guarda con aria tetra e preoccupata, lo sguardo di Mike invece sembra più triste che altro e Jonathan ….beh lui mi guarda in un modo…i suoi occhi sembrano pieni di lava liquida, è uno sguardo fatto di rabbia furiosa. Mi ritraggo leggermente un po spaventata ma lui mi stringe di più “Non lo fare” sussurra mentre la lava nei suoi occhi sembra ribollire.
“Cosa?” chiedo con un soffio
“Non mi allontanare”
Guardo meglio in quegli occhi splendidi, sorpresa dalla sua richiesta, e quello che vedo mi lascia di stucco: non c’è solo rabbia. No. C’è paura, sofferenza e…desiderio.
Lui mi vuole.
E’ furioso e mi vuole.

E li sulle sue braccia so che anche io lo voglio. Adesso.

Il suo sguardo è incatenato al mio. Lui sa leggermi dentro.
“Lasciateci soli”
“Ma…” Mike non riesce ad andare oltre.
“Per favore Mike” il suo tono ha il sapore della supplica, ma il suo sguardo nel mio è quello di un dominatore “Ho bisogno di mezz’ora con lei”

I passi che si allontanano, la porta che si apre e si chiude. Nella stanza non c’è più nessuno. Anche l’aria sembra essersene andata. Siamo soli.

Io e lui. Di nuovo.

 

Nonostante tutto sorrido

Resto aggrappata al suo collo come una nave all’ancora. Non riesco a fermare i singhiozzi, le mie lacrime gli  inzuppano i vestiti.
Mi sento come una roccia investita dalle intemperie:  dopo anni passati a resistere ai venti più forti mi sbriciolo con uno sbuffo di vento.
Non so cosa mi succeda ma le sue braccia strette attorno al mio corpo tremante mi sembrano il posto più sicuro del mondo; non lo conosco quasi, eppure ho la sensazione  che qui, avvolta in questo abbraccio caldo,  posso finalmente abbandonarmi al mio dolore più profondo. Le lacrime diventano più amare mentre i ricordi si scatenano liberi e il mio cuore, finalmente, si spezza.
Ripenso a quella notte, al dolore di quella perdita, a quanto mi manca e a quanto vorrei tornare indietro e cambiare tutto. Ripenso a quanto ho pregato perché anche la mia vita finisse con la sua…
Mi rannicchio ancora di più contro il suo corpo caldo e lascio che la sofferenza si impadronisca di me. Lasciarsi andare al dolore a volte è così liberatorio!

Ho smesso di singhiozzare ma il mio corpo è ancora scosso da tremiti e le lacrime continuano a scorrere sulle mie guance. Lui non si è mai mosso, non ho idea del tempo trascorso mentre il passato mi travolgeva.
Minuti, forse ore.
Lui non si è mai mosso. Mi ha avvolto nel suo abbraccio più caldo e mi ha cullato per tutto il tempo del mio pianto disperato, baciandomi i capelli e sussurrandomi parole dal sapore rassicurante.

E’ così bello stare qui, avere qualcuno che si preoccupa per te, qualcuno disposto a proteggerti dal mondo esterno mentre tu ti prendi finalmente il tempo di crollare come il castello di carte che sei.

Mi sveglio all’improvviso. Nel conforto del suo abbraccio sono passata dal pianto al sonno senza accorgermi.
Non ho idea di che ore sono.
L’unica certezza che ho è che le sue braccia ancora mi avvolgono. Non mi ha mai lasciato andare, non ha mai smesso di cullarmi.

Il mio cuore si gonfia e nonostante tutto sorrido.

Sconfitte

“Quando perdi,  non perdere la lezione”
Dalai Lama

Getto un’ultimo sguardo alla sigaretta che brucia i suoi ultimi istanti prima di spegnersi definitivamente.La butto e penso che in fondo è un’ottima metafora di ciò che è la vita: pochi ardenti istanti di passioni brucianti prima dell’eterno, inevitabile, gelo perenne!
Scuoto la testa sforzandomi di sorridere: da quando sono diventata così malinconica e drammatica?
Ingurgito un’ultima boccata di aria fresca prima di rientrare. La porta si schiude sotto la mia spinta permettendo al rumore di sfuggire alla sua prigione di mattoni riversandosi nella pace del lago.
Un colpo di tosse secco mi fa voltare all’improvviso e lascio la presa sulla porta che si richiude con un tonfo alle mie spalle. Il buio e il silenzio sembrano essere le uniche presenze li fuori ma poi percepisco qualcosa che si muove tra le ombre,  stringo gli occhi cercando di vedere meglio mentre una figura si muove nella notte. Il mio cuore batte impazzito mentre si avvicina fino a mostrarsi nella pozza di luce creata da una lanterna.
La bionda appare in tutto il suo odioso splendore: mani sui fianchi, schiena dritta e uno sguardo carico d’odio non fanno presagire nulla di buono.
Mi basterebbe girarmi e aprire la porta per essere in un lampo al sicuro dentro al locale. Un sorrisino beffardo le taglia il viso quando con la testa mi indica la porta: mi sta suggerendo di scappare la stronza!

Raddrizzo le spalle e con gli occhi piantati dritti nei suoi le vado incontro finché la pozza di luce non avvolge entrambe.
“Bene, bene” il suono della sua voce alimenta la mia rabbia “chi si rivede”
incrocio le braccia al petto e resto a guardarla mentre si avvicina ancora di più.
Ora siamo a pochi centimetri di distanza l’una dall’altra. La tensione ci circonda rendendo l’aria pesante e irrespirabile. Nessuna delle due dice nulla e per un po restiamo a osservarci in silenzio.
Percepisco un movimento appena fuori dal cerchio di luce in cui ci troviamo, probabilmente l’amica con cui era al locale.
Due contro una…la cosa si fa interessante e sorrido mio malgrado.
“Lo trovi divertente?” mi vomita addosso acida
Continuo a sorridere guardandola. Il corpo teso come un radar a cogliere qualunque movimento nell’ombra dell’altra.
“Cos’è non parli più?” mi provoca “Adesso che non hai il trio meraviglia a proteggerti non fai più tanto la sbruffona vero?”
Inarco un sopracciglio ma continuo a restare in silenzio.

Non so perché mi viene in mente quando avevo quindici anni e trascorrevo le mie giornate chiusa in quel maledetto collegio sentendomi sola ed emarginata. Tutte le ragazze che stavano li dentro sembravano dei perfetti modelli di bellezza misto bon ton appena vomitati dall’alta società: i capelli sempre a posto, gli abiti color pastello stirati perfettamente e tristi come il tè delle cinque, i sorrisi da rivista patinata anni ottanta. Mi ritrovavo spesso da sola in un angolo con la mia massa di capelli ribelli, il mio look punk rock e il sorriso impreciso,  a guardare fuori dalla finestra persa nei miei pensieri, fingendo di non sentire le risatine di derisione quando un gruppetto di quelle perfettine mi passava a fianco.
Un giorno mentre ero seduta sul davanzale della finestra immersa nell’ennesimo libro in un salone deserto , sentii un gran trambusto: la direttrice percorreva a grandi passi il corridoio diretta verso di me, trascinando per il gomito un fagotto scomposto, colorato e urlante.
Chiusi il libro curiosa. La direttrice mi fece un cenno con la testa e quasi lanciò il mucchietto urlante nella mia direzione “Tieni, ti ho trovato una compagna degna di te. Avanti di questo passo è non saremo più un istituto prestigioso ma un rifugio per rifiuti sociali come voi ” si girò e usci fuori dal salone in un fruscio di gonne inamidate “Dove finiremo di questo passo!” fu l’ultima cosa che disse prima di sparire in fondo al corridoio.
Mi misi in ginocchio davanti a quell’ammasso  urlante e dopo aver scostato una quantità infinita di spettinatissimi capelli rossi mi ritrovai davanti agli occhi più azzurri e divertiti che avessi mai visto: “La signorina Rottermeier a confronto di questa è un angelo del Paradiso!”  un attimo dopo ci trovammo tutte e due  sul pavimento a ridere.
Non ridevamo tanto per la battuta (pessima tra l’altro) quanto per il sollievo e il conforto all’idea di aver trovato qualcuno di simile con cui condividere il tempo in quel girone infernale delle buone maniere!
Da allora io e Stefy diventammo inseparabili: io le svelai tutti i segreti su quel covo di serpi ben vestite e lei mi insegnò a combattere e non farmi più umiliare.
In poco tempo la nostra unione spavalda aveva conquistato le più insoddisfatte delle reginette del bon ton e il nostro gruppo era via via cresciuto fino a contare dieci teste calde sempre in cerca di guai.
Con lei  e le altre avevo finalmente trovato la forza di reagire. Imparato a lottare…

“Hai capito quello che ti ho detto?”
Il tono perentorio e minaccioso della bionda mi riporta al presente e mi accorgo di non averla proprio ascoltata.
“Puoi ripetere scusa?” mi fingo perplessa e sorpresa sperando che la tizia in piedi davanti a me rispecchi lo stereotipo delle bionde rifatte e, non godendo di troppa intelligenza, cada nel mio bluff.
“Ti. Ho. Detto” Scandisce le parole picchiettando a ritmo l’indice smaltato sulla mia spalla “Che. Devi. Stare. Lontana. Da. Loro. E. Da. Questo. Posto”
Mentre guardo allibita il suo dito allontanarsi finalmente da me, non so se ridere o prenderla direttamente a schiaffi. Ma fa sul serio questa tizia mi chiedo.
Poi un pensiero mi esplode in testa: forse non è necessario chiedere a Lui ciò che voglio sapere…forse posso convincere a parlare lei. Reprimo la voglia di prenderla a calci e la sfido ” E perché dovrei accontentarti? Sentiamo”
“Questa è casa mia. E loro sono miei. Ti è chiaro questo o te lo devo spiegare con un disegno?”
“Tuoi??” non riesco a trattenere una risata
“lo trovi divertente” mi spintona ” Si sono miei. E non permetto a nessuno di prendere ciò che è mio!”
Decido di non reagire. Aspetta la mia mossa. Butto fuori la domanda a bruciapelo” E com’è che sono diventati tuoi?”

“Non sono affari che ti riguardano”
“Bhe tesoro se vuoi che io tolga il disturbo e ti lasci il campo, voglio almeno sapere il perché. In caso contrario rassegnati alla mia presenza”
Evidentemente prende le mie parole come una disposizione alla resa visto che dopo qualche minuto di silenzio mi spiega “Questo è il locale più bello della regione e fa soldi a palate. Io voglio essere la sua regina e per farlo devo essere la loro regina”
Tra tutte le cose che mi aspettavo di sentire questa …..no questa davvero no!
La guardo scioccata incerta se credergli o meno. Ma la sua espressione è troppo seria e lei troppo arrabbiata per pensare che sia tutto uno scherzo “Ma dici sul serio?” sono allibita.
“Tu non sai nulla di me” urla paonazza “Non permetterti di giudicarmi”
La situazione è così assurda che per un attimo mi sono dimenticata della sua amica nascosta nell’ombra. Mi sento afferrare le braccia e tirare. In un secondo mi ritrovo i polsi ammanettati dietro la schiena.
“Ma che cazzo fat…” uno schiaffo mi colpisce in pieno volto.
“Adesso regoliamo i conti”  grida la bionda prima di colpirmi di nuovo.
Sento un labbro che si spacca quando la sua mano si abbatte sulla mia faccia, il sapore del sangue mi invade la bocca. Vorrei sputare ma resisto alla tentazione e inghiottisco uno schifoso boccone fatto di orgoglio ferito, rabbia, saliva e sangue.
Tengo lo sguardo incollato su di lei mentre con le dita tasto le manette cercando di trovare  il meccanismo che le sblocca, considerato che non credo siano due poliziotte ho dedotto che quelle che mi tengono prigioniere devono essere delle manette giocattolo.
Con mio enorme stupore ad un certo punto sento sotto le mie dita qualcosa di morbido e peloso e capisco di essere ammanettata da quei ridicoli aggeggi ricoperti di pelo (scommetterei che è rosa in questo caso!) che  vendono nei sexy shop. Scoppio a ridere all’idea e questo mi fa guadagnare l’ennesimo schiaffo.
Il labbro si gonfia ulteriormente e il sangue scorre caldo sul mento.
La sua amica mi strattona per le manette facendomi sfuggire la presa sul meccanismo che avevo appena trovato e la bionda mi sferra un pugno dritto nello stomaco.
Mi piego su me stessa sentendo l’aria che esce dai polmoni. Nonostante il dolore e la sorpresa per l’attacco inaspettato riesco a non emettere nemmeno un verso.
Riesco a raddrizzarmi giusto un secondo prima che lei mi sia addosso. Mi afferra per i capelli e mi preparo all’ennesimo schiaffo guardandola dritta negli occhi.

Un urlo rompe la notte.
Lei e la sua amica si guardano poi mollano all’improvviso la presa su di me e un secondo dopo sono di nuovo sparite nella notte.

Le grida della donna uscita dal locale devono avere attirato altri, sento la porta del locale che si apre e chiude più volte lasciando che la musica riempia a ondate il silenzio della notte.
Più che vedere percepisco la folla di persone che lentamente si raduna attorno a me.

Un umiliazione devastante mi colpisce in pieno petto
Mi lascio cadere sulle ginocchia e mentre lacrime di frustrazione, rabbia e dolore mi scivolano sulle guance, trovo finalmente il meccanismo di apertura di quei dannati affari.

Ma appena prima che io possa liberarmi sento il suo urlo disperato “No! No! NO!” e l’attimo dopo mi ritrovo circondata dalle sue braccia.
Delicatamente mi libera i polsi mentre affondo il viso nel suo collo e mi lascio andare ad un pianto dirotto.

Mi solleva tra le braccia e mi porta verso l’interno del locale. Sento Steve e Mike che urlano alla gente che il locale è chiuso.

So che gli occhi di tutti sono puntati su di noi.

Affondo ancora di più nella sua pelle e piango.
La porta si chiude alle sue spalle.

Nel locale non c’è più rumore.

Solo il suono dei miei singhiozzi disperati

Inquietudine

Come gran parte dei momenti nostalgia, il racconto della nascita della “Centrale” ha riportato i tre nel passato ed ora, tra una bevuta e l’altra, si stanno praticamente sfidando a chi tira fuori dal cilindro dei ricordi l’aneddoto più divertente sulla loro amicizia. Sono così presi dalle loro storie che non mi danno troppa attenzione quando dico che devo andare in bagno e mi allontano; ma invece di dirigermi alla toilette guadagno l’uscita senza che loro si accorgano. L’aria della notte è sempre più fredda e mi fa rabbrividire. Appoggiata al muro accendo la sigaretta: la prima boccata mi calma e mi schiarisce le idee.
Ripenso allo scontro con la bionda e a tutto quello che ha detto. E’ evidente che tra lei e lo stronzo ci sia stato qualcosa, mi chiedo se non ci sia ancora.
Certo le sue frecciatine a Steve e Mike hanno  lasciato intendere che anche con loro in passato ci sia stato un rapporto più stretto ma alla fine lei è venuta qui cercando solo Lui.
Perché?
E perché Steve le ha proibito l’accesso al locale?
Chi era l’altra donna con lei e come ha fatto a sapere che lui era qui? A parte quando è venuto a prendermi in stazione e l’uscita al ristorante (oddio mi sembrano passati secoli da quella sera) non abbiamo praticamente mai lasciato la stanza dell’albergo.
O no? In effetti lui è uscito più volte dalla camera dicendo di dover fare delle telefonate di lavoro, ma ora che ci penso è uscito anche per rispondere a delle telefonate! Saranno state sempre di lavoro? O magari chiamava lei?
Ma perché avrebbe dovuto chiamarla? Non ha alcun senso logico no?
Certo, pensandoci meglio, Lui è pure riuscito a ordinare del cibo e mandare i miei vestiti a lavare, e tutto mentre io dormivo senza accorgermi di nulla. Magari ha fatto anche altro no? Magari ha visto la bionda o la sua amica.

Finisco la sigaretta e me ne accendo subito un altra. Non ho voglia di rientrare.

Le domande si insinuano nel mio cervello: continue, illogiche, incontrollabili.

Vorrei farle a Lui ma in fondo mi continuo a ripetere che non ne ho alcun diritto.

Chi sono io per potergli chiedere risposte? Ci frequentiamo si e no da due giorni praticamente.

Non mi spiego questa paura ne tanto meno l’inquietudine che sento scorrermi nelle vene.

Cerco di svuotare la mente. Do un altro tiro alla sigaretta: il fumo rotola nella mia bocca.
I minuti passano mentre mi perdo guardando le volute di fumo che si intrecciano giocose prima di svanire nel buio. Penso che sia incredibile che una cosa così tossica e dannosa possa creare dei ricami così belli.

Nella mia mente finalmente vuota all’improvviso, come un cartello luminoso accesosi inaspettatamente nel buio più totale, emerge la domanda che da un senso a tutto il mio disagio: io sarò la prossima “bionda”? Scopata e abbandonata? Destinata a piazzare delle sentinelle che mi avvisino del suo arrivo? Condannata a fargli umilianti piazzate nei locali solo per avere un briciolo di quell’attenzione di cui ormai sono drogata e dipendente?

La sigaretta mi brucia le dita, la lascio cadere a terra e l’improvviso lieve dolore sulla pelle mi distoglie per un attimo dal mio tormento.

La ritrovata lucidità mi permette di cogliere un rumore improvviso nel silenzio della notte.

Forse, in fondo, non è stata una buona idea uscire da sola in mezzo a questo nulla!

Finzione

Di nuovo al bancone, seduta tra loro tre che mi guardano come se fossi appena sbarcata da un astronave aliena, fingo indifferenza nascondendomi dietro al mio whisky.
“Allora” chiedo come se nulla fosse accaduto “volete dirmi come finisce sta storia oppure no?”
Dopo un attimo di silenzio perplesso, tutti e tre ricominciano a parlare contemporaneamente.
“Ehi, ehi” li riprendo sorridendo “Uno per volta per favore, così non capisco nulla”
Visibilmente rilassati per la mia apparente impermeabilità a quanto appena accaduto riescono finalmente a raccontarmi, un po per uno, l’intera vicenda: la “fuga” in macchina alla ricerca di pace e solitudine, l’arrivo in questo posto magico e dimenticato dagli dei e di Mike che a causa dell’appuntamento saltato perde un grosso affare e il posto di lavoro. Il racconto prosegue tra risate e commozione e così vengo a sapere di come Jonathan sia partito alla ricerca di Steve per salvarlo dalle grinfie di Mike che era deciso a scovarlo e prenderlo a calci per avergli fatto perdere tutto, di come, inspiegabilmente, i tre si siano ritrovati qui, di come si siano messi a litigare e come questa lite si sia infine trasformata in una collettiva sbronza epocale. E infine mi raccontano come in preda alla sbronza avevano deciso di sfidarsi ad una prova di coraggio per decidere chi tra i tre era più uomo degli altri ( che poi nemmeno loro sanno come cavolo erano arrivati dal volersi prendere a pugni a voler stabilire un’assurdità del genere) e quindi avevano deciso di esplorare quello che gli abitanti del posto chiamavano “il salto dei dannati” ovvero una centrale idroelettrica abbandonata e decadente da anni utilizzata solo dai pochi tossici della zona e dagli aspiranti suicidi di tutta la regione che arrivavano fin li per mettere fine ai loro tormenti con un ultimo pauroso salto oltre il ponte.
Così erano arrivati fino alla centrale in una notte di luna piena ma, invece di rimanere terrorizzati dal luogo spettrale e dalla sua tragica nomea, quei tre, probabilmente complice l’annebbiamento dato dall’alcool, erano rimasti incantati da quel posto: il rumore dell’acqua che scorreva, la luce di luna e stelle che illuminavano il cielo e si riflettevano sull’acqua come infinite candele, l’immenso prato e al centro lo spettrale splendore di quella costruzione dimenticata.
Vanno avanti a parlare per ore di come da quel giorno le loro vite siano cambiate e di come trasformarono quel posto in quello che oggi, scopro, è uno dei locali più alla moda di tutto il nord Italia.
Sorseggio il mio whisky fingendo di ascoltare. In realtà l’adrenalina sta abbandonando il mio corpo e mi scopro davvero scossa per il match con la bionda.
Stringo il bicchiere con entrambe le mani per nascondere il tremore che le agita e la voglia di fumare una sigaretta da sola, nel freddo buoi della notte, s’impossessa di me.
Voglio andarmene. Voglio andarmene adesso.
Lo guardo: in mezzo ai suoi amici, rilassato e divertito con quel sorriso sexy da morire che gli illumina anche gli occhi.
Ride quando Steve se ne esce con una battuta su Mike e qualcosa che combinò anni fa.
Ride e io sento gli occhi riempirsi di lacrime.