Attimi che cambiano la vita

La vita prima o poi ti presenta il suo conto. Non c’è un momento uguale per tutti, ad alcuni lo presenta che stanno ancora mangiando l’antipasto, ad altri dopo dolce e caffè, qualcuno è riuscito ad evitarlo fino all’ammazza caffè; solo a pochi fortunati è stato presentato quando già si erano alzati e avevano abbandonato da tempo l’affollato locale della vita. Mi sono sempre chiesta se è per rientrare di questi, mai saldati, che la vita riserva ad alcuni conti molto più salati che ad altri.

In ogni caso il mio primo conto (per noi fortunati ce n’è più di uno) mi è stato presentato a 17 anni, quando stavo giusto per avventarmi sul buffet degli antipasti.

E’ stato un anno disastroso, complicato, difficile e nel complesso pessimo; decisamente uno dei più brutti che abbia mai passato.

(S)fortunatamente i il periodo buio e l’immaturità dei diciassette anni mi hanno fornito l’inoppugnabile giustificazione per combinare un mare di cazzate; nel disperato, inutile tentativo di fuggire dal mio dolore ho passato intere serate estive in compagnia di superalcolici e droghe più o meno leggere. Sapevo di essere ad un passo dall’autodistruzione, ma non mi importava. Gli amici mi lasciavano fare, era meno faticoso che tentare di gestire una sofferenza così grande che, le rare volte che le permettevo di sfuggire al mio controllo, rischiava di schiacciare anche loro, trascinandoli nel mio mondo di oscurità.

Così una sera in cui sentivo il pungente bisogno di stare sola ma in mezzo alla gente, mi ritrovo seduta ad un tavolino in spiaggia nel mio locale preferito dell’epoca. Mi piaceva, in quei momenti, stare seduta li per delle ore, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio dentro al mio Jack e osservando le persone impegnate nel complesso rito della socializzazione finalizzata alla scopata. Mi hanno sempre incuriosito i rituali di  conquista delle persone e in quelle sere mi sono sempre fatta un mucchio di solitarie ma goduriose risate.

All’improvviso, mentre osservavo curiosa e ammirata l’approccio di uno sfigatissimo adolescente con un pessimo gusto estetico (ma con coraggio da vendere) alla più gnocca della serata fasciata in un tubino di pelle che nemmeno nei migliori film porno sadomaso, mi ritrovo davanti la faccia di un uomo. Resta li, in piedi davanti a me fissandomi in silenzio, non riesco a capire se è curiosità, pena, compassione o altro quello che vedo nel suo sguardo ma qualsiasi cosa sia non sono certa che mi piaccia. Mi sento a disagio e non so perché. Sono la regina delle uscite in solitaria, ho rimbalzato più approcci io che palline un muro da squash. Ma lui ha qualcosa che mi inquieta e per la prima volta da quasi un anno sono incapace di usare la mia rabbia come scudo dal mondo. Restiamo lì in silenzio a fissarci per momenti interminabili. Il mondo intorno a noi sembra come avvolto in una bolla di cellophane: i contorni delle persone sono sbiaditi, i colori sfumati, non a fuoco e i rumori arrivano in ondate attutite. Improvvisamente lui si muove, ha dei movimenti fluidi, eleganti occhiquasi ipnotici. Scosta la sedia dall’altro lato del mio tavolo della solitudine, inclina la testa e mi osserva. Non capisco: aspetta la mia reazione? Oppure è un modo per chiedermi il permesso per sedersi? Nel dubbio sollevo il mio bicchiere di Jack e bevo un lungo e lento sorso; chissà magari così si scoraggia e se ne va. Invece lui si siede come se fosse la cosa più naturale del mondo. Porta il suo bicchiere contenente un non meglio specificato intruglio colorato alla bocca e beve. Solo ora mi accorgo che sotto quegli occhi nocciola che mi hanno tanto inquietato ci sono due splendide e morbide labbra carnose, a forma di cuore credo. Scuoto la testa cercando di scacciare questi folli pensieri “ma che diavolo mi prende?”. Lui mi guarda. Poi sorride. E davanti a quel sorriso una luce squarcia il mio buio. E io sono persa.

 

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