Il serpente domato

Restiamo seduti a quel tavolo per attimi infiniti. Osservandoci. In silenzio. Io persa completamente nell’universo castano dei suoi occhi, lui credo incuriosito da una ragazza giovane in compagnia solo del whisky.

Mi aspetto da un momento all’altro il solito approccio maschile pessimo e disastroso che spezzerà finalmente l’incanto ammaliatore di quegli occhi scuri riportandomi nella triste realtà popolata da maschi arrapati in caccia. Ah si! Già mi pregusto il succoso vaffanculo che  sterminerà sul nascere le sue speranze di conquista della povera fanciulla sprovveduta. Sprovveduta sarà tua madre!  

Non mi accorgo nemmeno di sprofondare sempre più nei miei pensieri e, contemporaneamente dentro ai suoi occhi. Dio che occhi! Mi guardano come se mi vedessero davvero, come se cercassero il modo di superare lo strato di pelle che riveste il mio corpo per guardare i colori della mia anima. Mi fanno sentire nuda, indifesa e fragile. NO.NO.NO. Non permetterò a nessuno di farmi di nuovo male.

Costringo il mio cervello a riprendere il controllo. Concentriamoci sulla stronzata che dirà nel tentativo di rimorchiarmi e smettiamola di pensare a romanticherie da principesse Disney! Passò in rassegna tutte le possibili “perle” tipicamente usate dal marpione all’attacco e preparo le relative risposte:

Lui “Che begli occhi”
Io: ” Si due! come quelli di chiunque altra”
Lui: “Come mai una bellezza come te seduta qui tutta sola?”
Io: “Mi diverto a guardare gli uomini avvicinarsi e tentare approcci idioti come il tuo”
Lui: ” Lo sai che sei bella?”
Io: ” si ho degli specchi anche a casa mia, pensa!”
Lui: “posso offrirti da bere?”
Io: ” Se è l’unica cosa che può farti sparire dalla mia vista, si”

Un sorrisino diabolico taglia il mio volto mentre mi crogiolo nella  creazione mentale della risposa più acida dell’anno.  Ho di nuovo il controllo della situazione, sono la regina del mio mondo, la regina dei serpenti a sonagli, immobile, apparentemente inerme ed invece pronta a colpire, ad uccidere la sua ignara vittima con un unico e letale affond2ee340d4f2b21bd4a5140a70c1792730o. Pensavi di essere il predatore invece finirai con l’essere il mio pranzo!

Lui continua a guardarmi sorseggiando il suo cocktail colorato. Io resto immobile in attesa. Sono un serpente. Sono un serpente. Sono un serpente. Sono un serpente.  Le sue labbra finalmente si schiudono, alzo lievemente la testa pronta a colpire; ecco ci siamo:

“Voglio abbattere tutte le tue difese. Io voglio scoprire chi sei. Chi sei davvero. Non mi interessa se mi servirà tutta la vita. Io voglio vedere chi sei.”

La mia testa si alza di scatto. Ma non colpisco. Sono ammutolita. Nessuno mi ha mai detto nulla del genere. Nessuno ha mai visto i muri che ho costruito per difendermi o, se anche li hanno visti, nessuno ha mai avuto il coraggio di pensare (figurarsi provare) ad abbatterli. Sto di nuovo annegando nei suoi occhi. “Perché?” riesco finalmente a sussurrare, fa dondolare il bicchiere tra le dita affusolate: “Sono diverse sere che ti guardo. Non ridi mai. Non con gli altri almeno. Ma quando sei sola, quando pensi che nessuno ti veda, mentre bevi il tuo solito jack, guardi le persone intorno a te e all’improvviso sorridi. Tu non  hai idea di cosa sia il tuo sorriso. E io lo voglio. Voglio il potere di farti sorridere.”

Il serpente si acciambella domato.

Il mio sguardo si scontra con il suo. 

Voglio morire in questi occhi.

.

 

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