L’acqua è l’inizio di ogni cosa

Mi sveglio di colpo guardandomi attorno confusa. Le luci tenui scivolano sulla parete di mattoni rossi regalando alla stanza un’aria intima, un uomo in giacca bianca è impegnato ad asciugare bicchieri dietro il banco del bar. Mi rivolge un sorriso e poi ritorna al suo lavoro. Osservo, ancora intontita dal sonno, i movimenti sicuri e meccanici con cui prepara un caffè. La tazzina bianca sembra minuscola nelle sue mani, si avvicina e posa il caffè sul tavolino davanti a me “Ben svegliata signorina.” Il profumo del caffè riempie l’aria, invitante. La mia mente si risveglia all’improvviso ricordandomi che sono ancora sdraiata addosso a lui. Le sue mani mi accarezzano lente il fianco, non c’e nulla di sensuale in quella carezza. È dolce e confortante. Potrei restare così per ore, arrotolata come un gattino che si gode le coccole. Invece mi metto a sedere e prendo il mio caffè. Nascosta parzialmente dalla tazzina mi azzardo a guardarlo sentendomi un po’ in imbarazzo per essermi addormentata così. Sembra ancora rilassato, si è accorto che lo sto guardando e mi sorride. Alza il bicchiere di whisky ormai vuoto verso il cameriere che risponde con un cenno della testa e si affretta a portargliene un altro: “Sei bella quando dormi”

“Nel senso che quando sono sveglia non lo sono?” sorrido, e anche lui.

“Da sveglia sei bellissima”

“Ah ecco”

“Ma quando dormi o quando ridi lo sei di più” Se continua a guardarmi in quel modo rischio di sciogliermi qui sul divano  “Mi dispiace di essermi addormentata, davvero.”  Nonostante erano mesi che non dormissi così bene, anche se solo per qualche ora, il mio smisurato senso di colpa si fa sentire. Di certo lui non ha insistito che venissi fin qui per guardarmi dormire! Scusarmi mi sembra poco ma è l’unica cosa che posso fare.

“Perché ti stai scusando?” è perplesso “ Se non avessi voluto che dormivi, non ti avrei lasciato dormire”

“Ma, ma, io…ecco…pensavo…” La sua mano scivola sulla mia costringendomi con delicatezza a posare la tazzina sul tavolo. Intreccia le dita alle mie avvolgendole e accarezzandole. I nostri corpi si attraggono fino a sfiorarsi, la sua bocca si avvicina pericolosamente alla mia. Lo fisso a bocca aperta, ammaliata, incapace di concludere il pensiero. “A cosa pensavi piccola?” sussurra sulle mie labbra. Ho voglia di assaggiarlo, perlustrare quella bocca con la mia lingua, voglio sentire il suo sapore, sentirlo gemere nella mia bocca quando entrerò ad esplorare la sua. Voglio sentire quelle labbra sexy e calde percorrermi tutto il corpo. Mi immagino i nostri corpi contorcersi tra le lenzuola. La mia fantasia è più hot di un film porno e per reazione sento il viso infiammarsi.
“Mmmhhh” mugola soddisfatto “stai diventando rossa” ride di gusto “pensieri spinti, allora”

Chiudo gli occhi. Mi concentro. Cerco di fermare il film nella mia testa “Acqua”

“Acqua?”

Ho detto la prima parola che mi è venuta in mente. Ma almeno il film si interrompe. Mi guarda un po’ confuso, forse inizia a dubitare della mia sanità mentale. Non che abbia tutti i torti. Prima mi faccio quasi scopare nel corridoio e nell’ascensore dell’hotel, in macchina mi chiudo a riccio e non dico niente fino al ristorante, ma appena mi tocca eccomi li, di nuovo pronta a farmi prendere in un posto dove chiunque potrebbe sorprenderci. Durante la cena passo dalla modalità erotismo puro a  quella donna in fuga. E per finire, per la serie “noncifacciamomancareniente”, scoppio a piangere come un idiota e finisco addormentata su di lui. Effettivamente non lo biasimo, a questo punto pure io dubito della mia sanità mentale.

“Acqua” ripete perplesso.

“Si” cerco di dare un senso alla mia follia “ Ho sete”

Sul suo viso si disegna un sorriso furbo “Aspettami qui, torno subito” mi da un bacio leggero alzandosi “non muoverti.”

Si allontana verso il bar, lo vedo parlottare con il barista mentre gli passa una bottiglietta d’acqua.

“Ti va di andare su?” è in piedi davanti a me, la bottiglia stretta in mano e un sorriso lascivo stampato in volto.

“Ok” mi alzo, lascio che mi prenda per mano mentre andiamo verso l’ascensore. Chissà come sono ridotti i miei capelli, e il trucco!!! Dopo aver dormito sarò un disastro! Attraversiamo l’atrio ormai vuoto, ma prima di arrivare all’ascensore mi tira leggermente la mano portandomi verso le scale “Ho voglia di camminare”

Giuro che non lo capisco, ma lo seguo.

La scalinata di legno grigio è illuminata da delicati faretti incastonati negli scalini, mi lascia la mano mentre saliamo. Cinque piani sono un impresa ardua con i tacchi, soprattutto dopo una giornata così intensa. Al terzo piano, all’idea di doverne fare ancora due, rimpiango di non aver preso l’ascensore. Sono tutta concentrata a mettere un piede davanti all’altro, quando sento le sue dita scivolarmi sotto l’orlo del vestito. Perdo un battito,e anche il ritmo rischiando di mancare uno scalino. La sua mano si stringe sul mio sedere spingendomi “Mi piace guardarti mentre fai le scale” metto l’altro piede sullo scalino e lo fisso “Hai un culo così sexy” apro la bocca ma, ovviamente, non so cosa rispondere. Il suo corpo si spinge addosso al mio bloccandomi contro la balaustra. Posso sentire quanto mi abbia trovato sexy mentre facevo le scale. Strofina il naso sul mio collo, appena sotto l’orecchio, strappandomi un lamento soffocato. Siamo tornati di nuovo in modalità hot, e mancano sempre due rampe di scale da fare. Le sue mani intanto continuano ad accarezzarmi la pelle sotto il vestito, sento il mio corpo rispondere eccitato. Sale lungo le mie cosce, stringo forte la ringhiera allargando istintivamente le gambe per dargli migliore accesso “No piccola, non ancora” la sua mano mi sfiora proprio li e si allontana di nuovo. Mi sembra di impazzire. Quando toglie le mani dalla mia pelle vorrei urlare. Non oso lasciare la presa dalla ringhiera. Stringo il ferro gelido sperando di ritrovare un minimo di controllo. Il bastardo si appoggia ancora di più contro di me. Si muove languido schiacciandomi sotto il suo peso, facendomi sentire tutta la sua immensa eccitazione, riportandomi in un lampo ad uno stato di eccitazione estremo. Sento il suo respiro caldo sul collo appena prima che le sue labbra si chiudano a mordicchiarmi la pelle. Fa scivolare il vestito giù dalle mie spalle, sento la seta scivolarmi addosso fino a scoprirmi i seni. I capezzoli già turgidi per il desiderio fremono sotto un’ondata di aria fredda proveniente dalle scale. Le scale! Metto a fuoco lo sguardo. Cazzo sono mezza nuda e interamente eccitata sulle scale di un hotel! Cazzo! Cazzo, cazzo! In un secondo di consapevolezza mi rendo conto che chiunque potrebbe vedermi così, completamente esposta. Ma che diavolo mi è preso? Le scale di un hotel, Dio santissimo. Cerco di scrollarmi di dosso il suo corpo. Sono così arrabbiata. Con lui per avermi fatto eccitare e con me per essermi messa in questa assurda situazione. Sposta il suo peso liberandomi. Cerco di rivestirmi quando mi sento prendere e sbattere contro il muro di fronte. Resto senza fiato. Per la sorpresa e per il colpo improvviso. Le sue mani imprigionano i miei polsi, li trascinano lungo il muro finché non sono sopra la mia testa. I seni ancora scoperti si alzano verso di lui. Non so cosa fare. Sono così imbarazzata ed eccitata che fatico a ragionare in modo lucido. Vorrei sottrarmi a quella presa, rivestirmi e prenderlo a schiaffi per avermi mezzo spogliata sulle scale. Vorrei che le sue labbra mi mordessero il seno come poco fa mordevano il collo. Non capisco più niente.

La mia parte razionale riesce a prendere il sopravvento e per un disperato istante strattono i polsi cercando di sottrarmi alla sua presa. Stringe più forte. Ma che cazzo sta facendo? Mi domando sconvolta. Solo che non so se sono sconvolta per il suo comportamento o perché il mio corpo sta urlando disperatamente di non fermarmi perché questa cosa gli piace; gli piace da matti!

Avvicina le mie braccia così che possa tenermi ferma con un’unica mano. Prende la bottiglietta che aveva mezzo infilato dentro una tasca dei pantaloni quando ha cominciato ad accarezzarmi. Se la mette in bocca svitando il tappo con i denti. “Cosa pensi di fare?” Davvero non capisco. “Hai detto che avevi sete, no?”

Sete? Ma che cosa centra ora “Adesso ti do da bere piccola.” Il mio respiro accelera, la mia eccitazione aumenta. Sono sempre più confusa, e sempre più bagnata. “Alza la testa” ordina.

Faccio come vuole sollevando il viso verso di lui “Brava la mia bambina” sorride sornione. Guardo incantata mentre scende sulla mia gola e percorre tutto il mio collo leccandolo. Tremo sconvolta da brividi incontrollabili. Mi sfugge un gemito. L’assalto alla mia pelle finisce, improvviso com’è iniziato. Mi ritrovo a perdermi di nuovo nei suoi occhi scuri “Apri la bocca.” Obbedisco ancora incapace di fare altro. Solleva la bottiglia e beve un lungo sorso di acqua. Le sue labbra si incollano alle mie riversandola direttamente nella mia bocca. L’acqua gelata e la sua lingua bollente mi fanno letteralmente perdere il contatto con la realtà e mugolo nella sua bocca. “Ancora?” mi chiede provocante. “Si” rispondo sorprendendo persino me stessa. Non riesco a credere di essere mezza nuda su una scala, tenuta ferma da una creatura meravigliosa che mi disseta direttamente dalle sue labbra. Si attacca alla bottiglia svuotandone metà. Posa le labbra sulle mie e, di nuovo, mi fa bere. Dio santo! Lo adoro! Cerco di deglutire ma lui continua a riversare acqua dentro la mia bocca in un rivolo lento ma costante. Non riesco a inghiottirla tutta e lui non smette. L’acqua ormai cola fuori dalla mia bocca colandomi giù per il collo, sui seni, dentro al vestito. Sono completamente bagnata e non sono convinta sia solo colpa dell’acqua. L’aria e l’acqua fredda rendono i miei capezzoli ancora più turgidi. Mi tremano le gambe e sento la mia eccitazione arrivare al culmine. Mi lascia le mani, e spinge il vestito più giù finché non cade afflosciandosi ai miei piedi. Sono completamente nuda davanti a lui. Avvicina la bottiglia alla mia bocca e la svuota. Ormai gemo senza ritegno mentre l’acqua scivola fredda lungo il mio corpo in fiamme. Quando arriva tra le cosce ne approfitta per infilare anche le sue dita. Si muove deciso e sicuro, spingendo i rivoli d’acqua dentro di me. Mi aggrappo disperata al suo braccio che continua a muoversi mentre un orgasmo incredibile mi scuote l’anima. Continua a muoversi fuori e dentro di me aumentando il ritmo per prolungarlo. Mi prosciuga e mi sconvolge. Sento le gambe cedere. Mi sostiene con un braccio tirandomi a se e lentamente riduce il ritmo. L’orgasmo mi scuote con le sue ultime, lente ondate. Mi lascio andare contro il suo corpo completamente svuotata. Rallenta ancora il movimento continuando a tenermi stretta. Quando finalmente toglie le dita sono stremata. Accarezza le mie labbra spalmandoci sopra il mio orgasmo, mi avvolge di più nel suo abbraccio e finalmente mi bacia. Sento il mio sapore sulle nostre labbra.
Quando è sicuro che riesca a stare in piedi mi scioglie dal suo abbraccio. Porge la sua mano verso la mia. La prendo felice e fiduciosa, mi aiuta a scavalcare il vestito ancora attorcigliato ai miei piedi. Lascio che mi guardi: nuda e con indosso solo i tacchi a spillo. Qualsiasi cosa per quello sguardo!

Sentiamo una porta sbattere più in basso e passi che percorrono il corridoio. Con un sorriso perverso si china a prendere il mio vestito. Allungo la mano aspettando che me lo passi. Invece lui la prende e se la porta alle labbra depositando un bacio sul palmo. “Forza piccola” si incammina trascinandomi su per le scale “hai ancora due rampe di scale da fare” Cosa?????? Mi blocco in mezzo alla scala. Penso che sta scherzando. Invece il bastardo mi lascia la mano, sporge l’abito nella tromba delle scale. I passi si avvicinano ancora. Lo fa dondolare tenendolo solo con due dita. “Non puoi farlo.” Non può farlo, ripeto a me stessa per convincermi. Fa un sorriso sornione e apre le dita. Rimango li imbambolata a guardare il vestito atterrare tre piani più in basso “Ma che cazzo….”

“Preferisci scendere a prenderlo?”

Guardo lui. Poi guardo giù: il vestito è ancora lì per terra. Guardo ancora lui “Tu sei pazzo!” esclamo allibita. I passi si sono fermati, ma sentiamo delle voci che discutono nel corridoio sotto di noi. “Si” non ride più “pazzo di te”

“ E adesso” scende avvicinandosi pericolosamente “sali quelle scale per me. Voglio guardarti ” mi bacia. Un bacio famelico che si spegne direttamente tra le mie gambe. Ci stacchiamo entrambi sconvolti dall’effetto esplosivo che l’uno ha sull’altro. Restiamo a guardarci così per qualche istante poi il suo sguardo scivola lento sul mio corpo. Qualcosa di enorme si gonfia sotto i suoi pantaloni. Chiude gli occhi un istante. Quando li riapre brillano di una luce decisa e pericolosa “Allora? Fai le scale o preferisci che ti fotto qui?”

Apro la bocca ma la richiudo subito dopo. Le voci di poco prima sembrano avvicinarsi, potrebbero imboccare le scale da un momento all’altro. Ha già mostrato che è meglio non sottovalutare quello che dice. Giro su me stessa e mi avvio su per le scale come fosse la cosa più naturale del mondo. Lo sento trattenere il respiro. Beccati questa stronzo, penso, muovendo languida il bacino. Poi sento il suo passo sulla scala. È un predatore in caccia. E la sua preda sono proprio io. Sorrido. Felice come non mai. Nuda sulle scale di un albergo.

Io

La mia mente gira a mille, vaglia le possibili vie di fuga scartandole una a una. Non posso certo spiegargli che le mie lacrime contenevano un amore ormai perso. Un’amore che nessuno mi avrebbe restituito e, soprattutto, che non c’era modo di sostituire. Ci sarebbero state troppe domande. Avrebbe indagato, voluto sapere. Avrei dovuto parlargli del Casino! No. No. No Assolutissimamente NO! Mi sentivo come un leone in gabbia, costretto a girare in tondo gli occhi che non perdono di vista il suo carceriere, pronto ad attaccare se non trova presto una via di fuga. Ci tenevo, ci tenevo tanto a quel gran bastardo ma, se avesse continuato, se mi avesse messo alle strette avrei attaccato. Lo avrei fatto, senza alcuna pietà. La mia anima è un abisso di oscurità in cui annego ogni giorno. Nuoto verso l’alto sapendo che lì troverò luce e ossigeno, ma ogni spinta verso la superficie inspiegabilmente annego un po di più. Trascinata da una forza invisibile che mi attrae in una discesa buia e infinita. È così che mi sento. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante. Tranne… tranne inspiegabilmente quando sto con lui. La sua presenza sembra ridarmi la capacità di nuotare verso la luce. Ogni volta che è con me sento i polmoni riempirsi di aria pura. Mi sento leggera, forte, felice. Questa consapevolezza mi destabilizza. Cosa devo fare? Dirgli quello che vuole sapere? Confessare il mio dolore e la mia colpa? Ma se comincio a parlare, se lo dico a voce alta, poi come farò a rinchiudere di nuovo tutto dentro a quello spazio troppo piccolo e scuro che è diventato il mio cuore. Se le persone che avrebbero dovuto naturalmente amarmi e sostenermi sono scappate lasciandomi sola davanti alla devastazione provocata da una perdita così immensa, come posso pensare che sia in grado di resistere lui. Lui che non mi deve nulla. Lui che mi conosce a stento. Non sa nemmeno quale sia il mio colore preferito. Come può pensare di sostenere il mio segreto, così distruttivo e così gelosamente custodito. Posso rischiare? E se sbaglio, quanto farà male? Può un dolore che ti ha già ucciso l’anima una volta, ucciderti di nuovo? Non lo so. Ma di sicuro non voglio rischiare.

L’unica risposta che riesco a dargli è una scrollata di spalle mentre mi nascondo in un altro sorso di whisky. Sento gli occhi riempirsi di lacrime. I ricordi rischiano di travolgermi e spezzarmi ancora. Un altro sorso e il bicchiere è vuoto. L’alcool non è esattamente la soluzione ai miei guai ma, in questo momento, mi sembra l’opzione migliore che ho; mi da la forza di ricacciare indietro lacrime che non voglio.  Mi stampo un sorriso finto come le tette di silicone e alzo lo sguardo verso di lui.

Il divano in stile chesterfield è di un intensa tonalità di verde che mette in risalto i suoi colori. Il profumo della pelle lucida e consumata si mischia al suo in una miscela inebriante. È seduto in posizione rilassata, le gambe accavallate ed un braccio piegato a sostenere la testa leggermente inclinata. Fa ruotare il bicchiere nell’altra mano. Il liquido ambrato ruota in vortici brillanti. Mi studia in silenzio. Mi agito nervosa, accendo un’altra sigaretta. Fumo in silenzio concentrandomi sui miei pensieri. Cerco di non ascoltare questo silenzio che mi supplica di riempirlo con parole che non posso pronunciare. Guardo il fumo salire con le sue lenti spirali fino alle travi di legno bianco del soffitto; si insinua tra le fessure del legno e sparisce, come per magia. Quante volte in questi ultimi mesi ho sognato di poter sparire anch’io così?

La notte che mi risvegliai in quel gelido letto di ospedale è stata la prima volta in cui l’ho pensato. Non appena l’effetto dell’anestesia liberò i pensieri dalla nebbia riportandoli alla luce con tutta la loro infinita sofferenza mi chiesi, sommersa di lacrime, come sarebbe stato sparire. Semplicemente svanire, senza rumore. Lasciare che tutto finisse e tornare a far parte dell’aria. Ricordo di essermi chiesta quanto coraggio ci volesse per essere solo aria. Alcuni credono che scegliere di restare sia un gesto di coraggio, ma io mi chiedevo perché? Lottare è un verbo che vuole per forza un obiettivo, presuppone avere uno scopo, un bersaglio, qualcosa o qualcuno per cui valga la pena farlo. Però quando sei perso, quando il tuo mondo si è sbriciolato, il suo nucleo vitale è svanito e il tuo Senso si è frantumato in miliardi di pezzi a che serve il coraggio? Quando venderesti la tua anima al più crudele dei demoni per tornare indietro, quando saresti disposto a qualsiasi tortura pur di avere il potere di cambiare un solo unico istante, quando percorreresti in ginocchio la strada che conduce all’inferno per riavere ciò che ti è stato tolto; che senso ha lottare? Vorresti solo lasciarti andare e piano, piano svanire, come il fumo di questa sigaretta.

Non mi accorgo nemmeno di dove mi hanno portato i miei pensieri. Ancora un passo e sarò di nuovo nelle sabbie mobili della mia sofferenza. Ormai è un abbraccio conosciuto e famigliare . A volte mi ci lascio avvolgere in un trovando sollievo nella sensazione di sentirmi lentamente soffocare. La sofferenza si stringe sempre di più attorno al mio corpo svuotando i polmoni di ogni briciola di ossigeno, mi sembra di sentire le costole spezzarsi una ad una mentre aumenta la sua pressione, ma quando finalmente arriva al cuore, quando pensi che ancora un attimo, un ultimo assurdo dolore, e sarà tutto finito…niente, non succede niente. Già perché è impossibile stritolare qualcosa che si è già rotto ed i suoi frammenti sono volati via con la prima folata di vento. E così le lacrime scendono senza più freni, inarrestabili e infinite. Riempiono bocca e polmoni ma a me non importa. Riesco solo a pensare al dolore di quel cuore distrutto. Nulla potrà mai farmi soffrire così.

Le lacrime non sono solo un pensiero. Adesso scorrono sulle guance ma non le sento, troppo impegnata a farmi travolgere, per l’ennesima volta, dall’uragano delle mie emozioni.

D’un tratto mi sento strappare dalla poltrona. Sorpresa mi riscuoto dai miei pensieri trovandomi avvolta dal suo abbraccio “Basta piccola” sussurra tra i miei capelli “adesso ci sono io.” Asciuga le mie lacrime con un dito, appoggio la testa contro il suo petto cercando di ritrovare il controllo. Questa serata sta diventando una corsa sulle montagne russe. Mi chiedo distratta cosa starà pensando il cameriere del bar, ma la realtà  è che non mi interessa. Mi sento sfinita. Sopraffatta. E, incredibilmente, al sicuro. Resto li per un tempo infinito godendomi ad occhi chiusi il suono del suo  cuore che batte. Penso che forse in questo abbraccio poteri dormire senza incubi.  Ascolto il suo respiro regolare. La sua bocca mi sfiora i capelli in un bacio delicato “Dormi piccola” e, come se la mia mente obbedisse ai suoi comandi, crollo finalmente in un sonno senza sogni.

 

La rossa.

“Quando uscii dal bagno, dopo essermi…ehm…come dire, calmato…” L’idea di lui che si calma da solo in bagno mi eccita, ma non ho nessuna intenzione di farglielo sapere. Ho assolutamente bisogno che continui a parlare di qualcosa di diverso da me. “Ti cercai con lo sguardo, al tavolo c’era ancora il tuo bicchiere mezzo pieno, la tua borsa, le sigarette. Insomma c’era tutto ma tu no. Eri sparita. Volevo cercarti, non sapere dove diavolo ti eri cacciata mi mandava via di testa. Ho escluso la pista da ballo, tu non balli mai! Poi però mi sono ricordata di averti visto più volte parlare con il Deejay, forse eravate amici. Forse ti avrei trovato li. Così sono entrato a cercarti.” Sono davvero sorpresa dal suo racconto. Non credevo che la mia indifferenza potesse fare questo effetto a qualcuno, tanto meno a Lui! Mi chiedo se averlo saputo avrebbe cambiato le cose; avrei agito diversamente? “A cosa stai pensando?” la domanda irrompe nei miei pensieri prima che possa darmi una risposta: “Nulla di importante, continua.”

“ Lo vedi?” replica “lo stai facendo di nuovo” sembra triste mentre lo dice, ma io non ho idea di cosa stia parlando. “Ti chiudi nei tuoi pensieri, li posso vedere che si formano li dentro a quella deliziosa testolina, eppure non li posso conoscere, li nascondi tenendoli solo per te. E di nuovo sei inaccessibile. Mi fa andare fuori di testa questa cosa, lo sai?” Maledizione, stiamo di nuovo parlando di me. E, di nuovo, io non voglio. “Continua, per favore” la mia richiesta ha un tono di supplica, apre la bocca come per replicare ma poi scuote la testa e tace. Il silenzio ci riempie le orecchie mentre entrambi ci concentriamo sul whisky. Ognuno chiuso nei suoi pensieri. Isole solitarie in un oceano di parole non dette. Svuota il bicchiere con un ultimo, lungo sorso; fa cenno al cameriere di portarne altri due e riprende a parlare “Quando sono arrivato sulla pista stava suonando una specie di lento” tiro un sospiro di sollievo, siamo tornati alla rossa “le luci basse e il fumo rendevano difficile distinguere le persone. Poi ho guardato verso la consolle e..” S’interrompe con un lungo sospiro frustrato. Guardo la sua mano chiudersi a pugno e riaprirsi, una volta dopo l’altra. Queste sue reazioni mi spaventano. Ma mi sorprendono e incuriosiscono anche. Il cameriere deposita altri due bicchieri davanti a noi. Entrambi ci concediamo, di nuovo, un lungo sorso. Sento il liquido morbido e setoso scivolarmi giù per la gola, mi godo la sensazione di calore che si diffonde nel mio stomaco disperdendo l’ansia che avvolge tutto il mio corpo. Quando ricomincio a parlare mi sento già più rilassata “ …e ti ho vista. Di fianco a quel coglione, con la testa appoggiata alla sua spalla, gli occhi chiusi, che canticchiavi sottovoce quella canzone eri la cosa più splendida che avessi mai visto.” Il suo sguardo è lava liquida sul mio corpo “ Vederti così persa, totalmente abbandonata, addosso ad un altro…dio, mi ha letteralmente fatto perdere il controllo. Volevo venire li, prenderti tra le braccia e tenerti stretta al sicuro mentre eri ancora persa nel tuo incantesimo. Volevo prendere a pugni quello stronzo che ti stringeva per un fianco. Volevo essere io quello stronzo!”

“Non è uno stronzo” spiego calma “ è solo un amico, un carissimo amico”

Sorride “Forse per te tesoro, ma se solo ti fermassi a guardare come ti tocca, come ti guarda, capiresti che per lui tu non sei solo un’amica. Del resto non posso biasimarlo, sei così bella”

Taccio. Non so mai cosa dire davanti ad un complimento esplicito. “Comunque” riprende “stavo decidendo cosa fare: venire li e strapparti dalle sue braccia o prendere una sbronza colossale e dimenticarti?” Calcolando che siamo già al terzo whisky, e a cena ci siamo scolati una bottiglia di vino,ed è ancora perfettamente lucido, mi chiedo quale quantitativo di alcool sarebbe servito per farlo crollare sbronzo. “Bhe insomma stavo in piedi li, quando la rossa mi si piazza davanti” Oh, la storia si fa interessante “ Mi chiede di ballare, come se non fosse successo nulla capisci?” E’ stupito anche mentre lo racconta “Bhe, ero così arrabbiato per quello che ti aveva fatto, per il dj, per te che non mi calcolavi che mi sembrava di scoppiare. Mi sono girato e me ne sono andato verso il bar. Pensavo che avesse capito, invece lei mi ha seguito, si è seduta con me al bancone e a continuato a fare la gattina sexy per tutto il tempo” Mi agito irrequieta sulla sedia, chissà perché ma la piega che sta prendendo il racconto non mi piace “E tu che hai fatto?” non riesco a trattenermi dal chiedergli. “Ho continuato a bere ovviamente” mi fa l’occhiolino “lei blaterava qualcosa a proposito di andare a casa sua” Ah, però. Sottile ed elegante la signora, penso irritata. “Dopo l’ennesimo doppio whisky volevo solo che smettesse di parlare, mi sono girato per dirle di smettere, di andarsene al diavolo o dove meglio preferiva ma, insomma, di lasciarmi in pace. Ma…” Ma io l’ho visto! L’Ho visto quella sera, con le mani strette attorno al viso della rossa, impegnato a divorarle la bocca in un bacio feroce; ho visto lei strusciarsi contro il suo corpo, aggrapparsi ai suoi fianchi, ricambiare quel dannato bacio con la stessa fame selvaggia. Come poco prima anche questo ricordo emerge dalla nebbia mostrando misi con la chiarezza del sole di mezzogiorno. Come ho potuto dimenticare? Mi ero sentita così imbarazzata davanti a quella scena. Ero tornata al bar per prendermi da bere e li avevo visti. Ricordo di essermi sentita sconvolta e gelosa. Si gelosa: che lei avesse qualcuno che la baciasse, la stringesse e la amasse in quel modo così totale e assoluto. Cerco di concentrarmi, ma il ricordo già sfuma nella mia mente. Che successe  dopo? Due occhi scuri mi osservano, sento le lacrime bagnarmi il viso e poi sono a casa mia, sotto le coperte, in compagnia dei miei singhiozzi. È tutto quello che ricordo dopo il bacio. “ …non so perché la baciai. Volevo solo che tacesse. Forse mi è sembrata la cosa più efficace, non ricordo.” Che scusa idiota, penso. “ Quando mi sono staccato da lei ti ho visto” Merda! Ti pareva che non mi avesse beccata! “Mi guardavi in un modo così…così…” di nuovo le sue mani si agitano nell’aria, le parole gli sfuggono “..sembravi un cucciolo triste e smarrito. Ho visto quegli stupendi occhi riempirsi di lacrime, ma prima che potessi venir da te, sei scappata.”

“Scappare è una delle cose che mi riesce meglio” gli concedo. “Ho visto. Ti sono corso dietro, ma lei mi ha preso per un braccio chiedendomi dove stavo andando, deve averti visto perché ricordo che ti prese in giro dicendo che eri una povera ragazzina problematica che nessuno degnava di uno sguardo.” Sento la rabbia montare come lava in un vulcano, ma come diavolo si permette quella Jessica Rabbit dei poveri di giudicarmi! “Sono esploso, le ho detto che l’avevo baciata solo per farla stare zitta, che la sua voce era piacevole come le unghie sulla lavagna e che per tutto il tempo di quel fottutissimo bacio avevo pensato a te!” Oddio! Ha pensato a me! Non posso fare a meno di sorridergli. “Ti lascio immaginare cos’è successo dopo. Si è lanciata in una delle sue scenate isteriche: ha insultato me, te e chiunque ci fosse li attorno, poi è scoppiata a piangere e mi si è buttata tra le braccia. Quando alla fine ha capito che non c’era nulla da fare, che non era lei quella che volevo, beh avresti dovuto vederla, si è ricomposta, mi ha detto che non vago un cazzo, e si è messa alla ricerca di Diego. Se non posso avere te, mi ha detto maligna, avrò qualcuno di più potente!” Sono allibita! Ma esistono davvero donne così veniali? “ A quel punto sono venuto a cercarti, ma questa volta eri sparita, sparita davvero. Il pensiero di averti fatto piangere, anche se non sapevo il perché, mi faceva stare male. Il pensiero che non tornassi mai più mi ha distrutto. Ho passato giorni interi a guardare l’ingresso sperando di vederti entrare ma sembravi svanita nel nulla. Ho chiesto alle tue amiche, ma hanno detto che non rispondevi al telefono da giorni. Ero sul punto di chiedergli dove cazzo abitavi e venire a vedere se stavi bene” Che cosa dolce, mi sento quasi commossa. “ Poi una sera arrivai tardi al locale, ero stato trattenuto da una serie di rotture di coglioni. La prima cosa che ho fatto è stato cercarti al tavolo, ormai ero convinto che non saresti mai più tornata così non ho realizzato subito che eri li. E’ stato come se il mio mondo ricominciasse a girare: eri li! Eri tornata, ed eri sola. Ho versato due whisky e sono venuto da te, non mi saresti più scappata.” Si, mi dico, è così che è cominciato tutto. Lui che si avvicina al mio tavolo, io che lo respingo con qualche battutaccia… e poi solo occhi negli occhi. Io e lui. Per un’unica, intera, incredibile estate.

“E adesso che ti ho raccontato tutto” una sirena parte nella mia testa suonando l’allarme rosso “dimmi” allarme rossissimo “ perché piangevi quella sera?” Merda!

 

E’ pericoloso colui che guarda oltre l’apparenza

Il viaggio in macchina è di nuovo avvolto nel silenzio. Se all’andata però quel silenzio era foriero di dubbi e insicurezze, ora sembra solo carico d’attesa, di desideri carnali, di passioni inspiegabili.

Decido di alleggerire l’atmosfera, il tragitto è troppo lungo per resistere ad un’atmosfera così: “Com’è finita poi con la tipa?” Non so da dove mi sia uscita questa domanda. Gira lo sguardo verso di me, solo un istante, poi guarda di nuovo a strada “Di che tipa stai parlando?” Aggrotta la fronte preoccupato. Mi chiedo distratta cosa lo preoccupi, la città scorre fuori dal finestrino come una marea luminosa, è uno spettacolo che adoro e che mi distrae “Della rossa” mormoro lasciandomi avvolgere dallo spettacolo luminoso oltre il vetro. Chissà per quanto mi sono incantata a guardare la città scorrermi davanti, il silenzio ha riavvolto l’auto e mi accorgo che siamo nella via dell’albergo. A fatica distolgo lo sguardo dal paesaggi posandolo su di lui, guida in modo rilassato, le labbra piegate in un sorriso enigmatico mentre canticchia sottovoce la canzone che passa la radio “Non vuoi dirmelo?” chiedo sorridendo a mia volta. La sua felicità è contagiosa. “Cosa amore?”

“Della rossa.” Ferma l’auto davanti all’ingresso e consegna le chiavi al parcheggiatore, prima che possa scendere me lo trovo dal mio lato, impegnato ad aprirmi la portiera, roba che ormai non succede più nemmeno nei film d’amore, penso. Appoggia una mano sulla mia schiena. È come se mi sostenesse e mi spingesse allo stesso tempo, mi piace molto, così lo lascio fare. “Ti va di bere un’amaro?”

Alt. Stop. Cambio programma. Di nuovo. Devo fissarlo con la stessa espressione intelligente di una triglia dato che guardandomi scoppia in una risata sonora “Non ho cambiato idea piccola tentatrice” riesce a dire tra una risata e l’altra “Voglio godermi ancora qualche momento con te” Cerco di riprendere l’uso della parola, che sembra inspiegabilmente abbandonarmi nei momenti peggiori. Continuo a non capire, non può godersi me in quel fantastico letto che si trova esattamente cinque piani sopra le nostre teste? Le rotelle del mio cervello girano alla disperata ricerca di un modo elegante di formulare la domanda, per stasera ho già fatto abbastanza la figura della prostituta, ma è tutto inutile. Ovviamente il suo radar intercetta, di nuovo, i miei pensieri “Quando entrerai in quella stanza, sarai mia. E quando avrò finito con te, sarai così distrutta che l’unica cosa che vorrai fare sarà rifugiarti tra le mie braccia e dormire” Lo fisso allibita. Mi ha appena trascinata, letteralmente, fuori dal ristorante con l’intenzione dichiarata di portarmi a letto; ha confermato le sue intenzioni affermando che mi distruggerà, però mi sta chiedendo di andare al bar dell’hotel a bere con lui. Qualcosa, evidentemente, mi sfugge. “Perché?” è tutto quello che il mio cervello riesce a formulare, riassumendo un migliaio di paranoici dubbi. “Perché cosa piccola?” Il bastardo ha deciso di non rendermi la vita facile. Sono dilaniata tra la curiosità di sapere il motivo del cambio di programma e la vergogna di chiedergli espressamente perché diavolo non mi porta a letto. Vince la curiosità “Perché non mi porti a letto?” Divento viola e abbasso lo sguardo. Le sue dita mi avvolgono il mento. Mi costringe delicatamente ad alzare la testa verso di lui e guardarlo. Ride l’infame. Vorrei rimangiarmi la domanda. Oppure che il pavimento si aprisse così che possa sprofondare nelle oscurità del sottosuolo.  “Primo” risponde senza distogliere lo sguardo “perché mi hai chiesto com’è finita con la rossa, e te lo voglio raccontare” La rossa, mi ero già dimenticata! La  curiosità prende violentemente il controllo del mio corpo e mi avvio verso il bar. “E secondo?” chiedo ancora. Mi conduce verso un angolino appartato, si volta giusto il tempo di ordinare qualcosa al cameriere (naturalmente senza neppure chiedermi cosa voglio!) e di nuovo rivolge la sua attenzione a me. “Secondo” s’interrompe per accendere una sigaretta e passarmela “ho bisogno che bevi”

“Perché?” Mi complimento, ironica, con me stessa: la mia capacità di formulare domande è imbarazzante stasera!

“Perché tesoro mio così, forse, abbasserai almeno un po’ quelle stramaledette difese di cui sei ancora circondata” O cazzo, fa sul serio! “E finalmente potrò godere un po’ di quella magia speciale che tieni solo per te. Che mi sta facendo dannare l’anima da settimane ormai”

Quello che davvero vorrei chiedergli è se parla sempre così, come un elfo strafatto di erba gatta protagonista di un qualche urban fantasy, e invece “Ma di quale magia parli? Io non ho proprio nulla di speciale da mostrarti” mi schermisco sorridendo. Le mie difese si sono appena innalzate di un paio di metri. Vietato l’accesso, persino a te bello!

“Quando pensi che nessuno ti stia guardando e ti abbandoni ad un sorriso, quando ti perdi in pensieri solo tuoi, credendo di essere ignorata dal mondo, beh forse non lo sai… ma tu risplendi” Mi passa uno dei bicchieri appena portati dal cameriere. Liquido ambrato, il mio whisky pre3a2aeaf92c8b03a8a827e1ad92a5606eferito ovviamente. “Sono incantato, intrigato dal mondo che sono riuscito a intravedere mentre ti spiavo.” Alcool, si ho decisamente bisogno di alcool “Voglio sapere perché ti travesti da dura, quando invece sei una fatina di panna e zucchero” L’immagine di me con le alucce luminose che svolazzo tra i fiori coperta da un vestitino di panna montata, mi strappa mio malgrado una risata. “Scoprirò i tuoi segreti. Tutti. Uno a uno.” Svuoto il bicchiere tutto di un fiato. La situazione si sta facendo decisamente pericolosa. “Smantellerò le tue difese, dovessi metterci una vita” Fa un cenno al cameriere che arriva con un altro bicchiere. Il suo è praticamente ancora pieno, così lo lascia davanti a me. “Voglio vedere chi sei, voglio te e tutto il tuo mondo.” È serio. Sta parlando sul serio. Bevo ancora. Non voglio pensare al mio mondo, a cos’ero prima del “Casino”. Non voglio pensare al motivo per il quale mi sono circondata di muri insormontabili. E non ne voglio parlare. Con nessuno. Tanto meno con lui. Ho bisogno di una scappatoia, subito “Raccontami della rossa, com’è andata a finire?”

Sorseggia il suo amaro osservandomi pensieroso. “ Bevi” ordina “hai bisogno di rilassarti.” Da quando sa di cosa ho bisogno io? Ci conosciamo sì e no da due mesi e già mi abbaia ordini? “Bevi” ripete “e ti racconto ogni cosa.” Questa storia che mi ricatta costringendomi a mangiare o bere per raccontarmi qualcosa, deve decisamente finire. Nel frattempo, però, non ho molta scelta. Se voglio che la smetta di concentrarsi sul modo per demolire le mie difese, devo assecondarlo. Bevo. Accendo un’altra sigaretta e resto in attesa.

 

Un osso per le cagnette – II parte –

Abbasso lo sguardo fissando il cibo nel piatto, i gamberi hanno rilasciato il loro succo di cottura che ora si disperde in chiazze sul bianco immacolato della ceramica. Il mio stomaco si chiude con uno strattone: mi viene da vomitare. E da piangere. Non mi sentivo così umiliata da quando all’asilo mio fratello andò a raccontare che di notte portavo ancora il pannolino. Sento una lacrima spuntare agli angoli degli occhi, mi sforzo di ricacciarla indietro. Non voglio essere umiliata ancora di più.“Guardami” è un misto tra un ordine e una supplica. Abbasso ancora di più lo sguardo. “Ti prego. Guardami” la nota disperata nella sua voce mi spinge ad alzare gli occhi. Incontro due pozze scure che mi guardano con una dolcezza infinita, il mio stomaco da un altro strattone. “Fammi finire di spiegare, poi sarai libera di arrabbiarti se vuoi.” La premessa non è il massimo.

Accendo un’altra sigaretta, sfidandolo con lo sguardo a dirmi qualcosa al riguardo. Devo riconoscergli una certa intelligenza, o forse è solo spirito di sopravvivenza, visto che stavolta evita di sgridarmi. Mi appoggio allo schienale incrociando le braccia, ogni tanto mi concedo un tiro nervoso, sono decisamente sulla difensiva. Anche lui si appoggia allo schienale della sedia, ma al contrario di me sembra molto rilassato.

“Si, è vero. Volevo fare con te quello che ho sempre fatto con le altre.” Se si aspetta una mia reazione o una risposta si sbaglia di brutto. “ Volevo sedurti, far si che io fossi il tuo unico desiderio, e vedere come te la saresti cavata a competere con le altre.” Penso che, decisamente, non stia migliorando a sua posizione. Forse ne è consapevole dato che prima di continuare fa un profondo respiro “Così la prima volta che ti ho vista avvicinarti al bancone ho fatto in modo di esserci io a servirti, di solito non mi servono questi sotterfugi, di solito le donne chiedono ai barman che sia io a prepararle i cocktail. Credo che a loro piaccia che a servirle sia chi comanda, il potere affascina, le fa sentire importanti e lusingate” Già e tu approfitti della tua posizione di potere per sedurle, penso schifata.“Tesoro, lo so è un comportamento pessimo.” Ancora il suo super potere di leggermi nella mente all’opera! “Ma vedi, io non sono mai stato bello, nel senso classico del termine. Così negli anni ho dovuto sviluppare altre, diciamo, doti per sedurre le donne che mi interessavano. E piano piano questa cosa è diventata parte di me; senza nemmeno che me ne accorgessi.”                                                                                                                        “Questa giustificazione non rende meno brutto quello che fai” sibilo.

La stessa cameriera di poco prima ci interrompe portando altri due piatti, se nota il cambiamento di atmosfera, da bollente a gelida, non lo da a vedere. Si limita a posare tutto davanti a noi ma prima di eclissarsi getta uno sguardo verso di lui. Un sorriso spettacolare gli incendia il viso mentre ricambia il suo sguardo “Grazie” sussurra languido. Lei arrossisce imbarazzata mentre se ne va trotterellando felice. Una fitta di gelosia si scarica sul mio cuore come un fulmine inaspettato. Fa male. Cazzo se fa male. La rabbia si ritira lentamente lasciando la mia anima triste e vuota. Duemila domande mi affollano il cervello, risvegliano dubbi, nutrono insicurezze. Vorrei solo chiudermi in una stanza, piangere e addormentarmi distrutta stringendo il cuscino. Invece sono nel bel mezzo di un ristorante affollato, sperduto nel nulla, a centinaia di chilometri di distanza da casa. Per la prima volta da tanto tempo non posso scappare. Nessuna via di fuga, nessuna possibilità di ritirarsi di nascosto. Ho paura; paura di quello che sento dentro al cuore. Paura di farmi male.

Mi guarda attento. Cerca i miei occhi e quando li trova non distoglie lo sguardo ma lo lascia affondare dentro di me come se volesse scrutare nelle profondità della mia anima scura.

Mi rende irrequieta, cerco un’altra sigaretta nella borsa. Afferra il mio polso con una stretta decisa ma delicata “No. Per favore.” Ci guardiamo. Due lottatori in mezzo al ring. “Mangia, e io continuo con la mia storia”

Se non fosse tutto assurdo mi metterei a ridere. Come fa a chiedermi una cosa simile adesso?

Ho mal di testa. Troppe emozioni in un’unica sera forse. Mi ritiro più a fondo dentro me stessa. Non ho più voglia di discutere; affondo la forchetta in un morbido e cremoso risotto al salmone “Perché è così importante per te?”

“Perché sei così..” respira profondamente, sembra non trovare le parole “…fragile”

“In che senso?”

“Ogni volta che ti stringo, vorrei stringerti di più. Vorrei stringerti così forte da fondere le tue ossa con le mie, vorrei spingerti tutta dentro di me così non ti perderei mai. Così potrei proteggerti sempre. Ma tu sei così fragile, piccola, delicata. Ho paura di farti male.” Assurdo, tutto questo è surreale e assurdo. Prima dice che voleva sedurmi, usarmi e vedermi rotolare tirando i capelli alle altre sue fan, e un secondo dopo se ne esce con la cosa più dolce e romantica che mi sia stata detta negli ultimi 15 anni “Ho bisogno che mangi, perché io voglio stringerti forte.”

Una scintilla di speranza s’incendia nell’oscurità della mia anima portando un po di luce in quel buio soffocante. Continuo a mangiare “Vai avanti con la storia”

Sorride soddisfatto. Gioca con il suo cibo nel piatto senza mangiarlo. Ipocrita!

“Ti sei avvicinata e mi hai guardato dritto negli occhi. Ti ho sorriso, ma tu niente. Poi mi hai chiesto un whisky, liscio, senza ghiaccio.”

“Bevo sempre quello. Non è una novità per nessuno”

“ Già. Ma io volevo toglierti quell’aria da donna vissuta, da guerriera consumata che non ha paura di nulla. Volevo” gesticola con le mani nell’aria “non so, pensavo fossi tutta scena, la solita donna che cammina a tre metri da terra solo perché qualcuno le ha detto che è bella.”

“E’ questo che pensi di me?” sono perplessa. Se è così ho davvero commesso un errore a venire fin qui.

“Lo pensavo. Fino a quella sera.” finalmente infilza del cibo e si mette a mangiare, concedendomi preziosi attimi per riordinare i pensieri sempre più confusi che ho in testa.

“Ti ho versato il Jack senza mai togliere gli occhi dai tuoi. Mi guardavi, ma non mi vedevi davvero. Sembrava che nulla di quello che ti circondasse potesse passare il muro che avevi attorno. Come se tu fossi, come dire, irraggiungibile.  Ti porsi il bicchiere facendo in modo che dovessi per forza appoggiare le dita sulle mie. Quando mi sfiorasti sentii una scossa attraversarmi il corpo. Ma tu, tu non ti accorgevi di nulla” dalla sua voce traspare un rabbia che mi sorprende “ti dissi qualcosa di stupido e umiliante come << credi di essere una dura solo perché giri con pantaloni in pelle, bevendo whisky? Forse dovresti crescere! >> Mi aspettavo che finalmente mi vedessi, magari anche che ti arrabbiassi, in ogni caso avrei attirato la tua attenzione.” Io non ricordo nulla del genere e così decido che è meglio non dire nulla. “Invece tu hai abbassato gli occhi nel whisky, liquido ambrato che rifletteva occhi del colore del mare, occhi tristi. << Come vuoi tu >> mi hai risposto alzando le spalle. Poi ti sei girata e te ne sei andata. Come se io non fossi mai esistito. Chiusa nel tuo mondo. Ti sei seduta a quello stramaledetto tavolo e ti sei riavvolta nei tuoi pensieri.”

Ora sono davvero sconcertata. Non credevo che mi avesse studiato così attentamente. Le mie difese sono state create per tenere gli altri a distanza e non certo per attirarne l’attenzione. “Ero furioso. Da anni nessuna mi ignorava come facevi tu” Si accende una sigaretta e dopo averne fatto qualche tiro me la passa. Butta fuori il fumo in morbide volute. “Ho continuato a guardarti per tutta la sera. Le altre erano furiose, non gli dedicai nessuna attenzione. Tu eri un mistero.” Gli ripasso la sigaretta, mi sfiora le dita prolungando il nostro contatto per un tempo infinito. Quando la sua pelle si allontana dalla mia sento il mio cuore battere furioso. “Una di quelle con cui di solito mi divertivo, dopo aver passato l’intera serata cercando di giocare senza che io la considerassi, ha seguito il mio sguardo. Ha subito capito che eri tu quella che mi stava distraendo da lei ed è andata su tutte le furie” Questa è bella, penso. “Su tutte le furie?” chiedo curiosa. Scoppia a ridere, finalmente quel velo di tristezza che lo oscurava sembra sparito “Si! Ha fatto una scenata epica in mezzo al locale. L’unica a non accorgersene sei stata tu. Non ti sei  nemmeno resa conto che l’intero bar si è messo a guardare mentre lei si avvicinava furente al tuo tavolo” Un campanello d’allarme suona dentro il mio cervello risvegliando un ricordo poco piacevole.                                                                                                                                              “Alta. Magra. Bellissima” rivivo la scena nella mia mente “Capelli rosso fuoco, due immensi occhi blu e un vestito verde smeraldo di pizzo” sputo fuori le informazioni in modo meccanico. “Si. Lei” risponde.

“Continua” chiedo. Nella mia testa quel ricordo spiacevole inizia ad assumere un senso. Non avevo mai capito perché quella  Dea della bellezza si fosse piazzata davanti a me urlando come una pazza che io non ero nessuno – vero – ,che non avevo un briciolo del suo fascino – verissimo – e che non avrebbe mai lasciato che io prendessi qualcosa di suo. Avevo ascoltato in silenzio la sua sfuriata, dondolando l’alcool nel bicchiere e guardandola con un sopracciglio alzato. L’immagine successiva che ricordo è quella di lei che mi svuota addosso il liquido scuro del suo bicchiere e poi si allontana furente e altezzosa e io che penso che ha proprio un culo fatto bene. Ricordo che questo pensiero mi ha fatto scoppiare in una risata fragorosa: una perfetta sconosciuta mi aggredisce urlandomi in faccia senza motivo e io penso che ha un bel culo.

“ Quando ha capito che guardavo te, ha iniziato a urlare. Diceva che ero un cretino a guardare una come te quando potevo avere lei, che lei era la donna più bella che io potessi mai avere, che tutti facevano carte false per poter uscire con lei e io invece mi perdevo dietro a una femminuccia insulsa come te. Cose così”  Sorride mentre lo racconta “ La scenata stava diventando smisurata, l’intero locale si era fermato a guardare. Poi prima che io potessi fare qualsiasi cosa lei si è scagliata verso di te. Una parte di me voleva fermarla, un’altra parte invece voleva vedere come avresti reagito.”

“Non ho reagito.” Ammetto atona.

“No. Non hai reagito. Lei ti ha urlato addosso per dieci minuti buoni e tu? Niente, la guardavi impassibile, dondolando il bicchiere. Ho pensato sembrassi una principessa annoiata costretta ad ascoltare le rimostranze di una cortigiana, eri bellissima. Tutti quelli che erano li quella sera ti guardavano trattenendo il respiro.” Giuro che non mi ero resa conto di essere stata la protagonista di uno spettacolo. La cosa non mi piace molto. “Quando, dopo l’ennesimo insulto, lei ti ha buttato addosso il drink, io sono esploso” ammette “ ero così incazzato che avrei voluto picchiarla. Mi sono avvicinato a voi due, tu ovviamente non te ne sei nemmeno accorta.” Di nuovo quell’aria triste “Ma prima che potessi raggiungervi, lei si è allontanata tornando verso il locale. Ho continuato a guardarti. Ho pensato che ti saresti messa a piangere per l’umiliazione, e allora io sarei stato li a prenderti tra le braccia e a proteggerti dai commenti idioti del resto del mondo. Invece.”

“Invece sono scoppiata a ridere” finisco la frase al suo posto.

“Infatti. Hai cominciato a ridere di gusto. Ridevi così tanto che avevi le lacrime agli occhi. E il motivo di quella risata era l’ennesimo mistero che apparteneva solo a te.”

Sorrido anche adesso “Se solo sapessi perché ridevo”

“Me lo dirai?

“Forse, un giorno.” quando non mi vergognerò più del mio pensiero, magari.

“Non riuscivo a smettere di guardarti. Così felice, eri la cosa più bella che io avessi mai visto. Mi hai incantato. Ti volevo. Ti volevo davvero, non per finta come le altre.”

“Perché?”

“Perché sei così bella quando ridi. Ma lo fai sempre da sola. Non ho mai visto nessuno riuscire a farti ridere così. Ma io, io volevo avere questo potere.”

“Ma quale potere? E’ solo una risata”

“No, amore mio. È molto di più!” arrossisco per come mi guarda “La tua risata ha il potere di illuminare il mondo. La gente non può fare a meno di sorridere quando lo fai anche tu. È la felicità vera, quella che da vita al tuo sorriso, è contagiosa, bellissima. E tu nemmeno te ne accorgi dell’effetto che fai quando su quella bocca da urlo sboccia finalmente il sorriso”   Ok. Ok. Il discorso si sta facendo decisamente impegnativo. Come siamo arrivati dal quasi fare sesso sul tavolo del ristorante a parlare di me, del motivo per cui non rido quasi mai e della mia felicità?

“Comunque, tutto il locale ha tirato un sospiro di sollievo vedendoti ridere. Niente scenate, niente pianti, solo tu che ti divertivi da matti. Ognuno è tornato a farsi i fatti suoi. Ero sconvolto da te, da come ti comportavi, dall’effetto che mi facevi. Ho pensato che forse era meglio se mi allontanavo un’ attimo, che tu eri pericolosa. Un fuoco che avrebbe potuto scaldarmi oppure bruciarmi.” Scherza vero? E’ quello che IO penso di lui!   “Stavo per andarmene, ma poi, dio santo, tu hai fatto quella cosa!”                                                                 Cosa? Quale cosa? Che cazzo avrò mai fatto. Panico! Mi sforzo di ricordare ma inutilmente. L’ultima scena del mio ricordo e miss abito verde che si allontana.                                        “Quale cosa?” domando dopo essermi scervellata invano per qualche istante.                            “Il cocktail che lei ti aveva lanciato addosso ti gocciolava giù per il collo” Si questo me lo ricordo, ma non vedo cosa centra. “ho detto a qualcuno dei miei di portarti qualcosa per pulirti; mi hai sentito”                                                                                                                               Si. Ora che me lo dice ricordo di aver sentito una voce, profonda e furiosa, sbraitare a qualcuno di portare un asciugamano per ripulirmi                                                                    

“Hai smesso di ridere. Ti sei girata a guardarmi, forse hai capito che ero io la causa di quella scenata pessima; non lo so, so solo che hai raccolto l’alcool sul tuo collo facendoci scorrere sopra un dito” mentre racconta rivive tutto passandomi il suo dito sul collo. Deglutisco a vuoto. “Poi te lo sei infilato in bocca. Hai chiuso gli occhi. E lo hai succhiato dolcemente, con un sospiro di puro piacere” mi infila la punta del dito in bocca e succhio piano. Come nel suo ricordo. “Buono, hai detto guardandomi. Poi ti sei girata e, di nuovo, ti sei scordata della mia esistenza.” Strappa il dito dalla mia bocca. Avvicina il viso furioso al mio “Me l’avevi fatto diventare così duro che sono dovuto scappare in bagno ad accarezzarmi! Mi avevi trasformato in un quindicenne incapace di controllarsi. Ero furioso” respira forte “Lo sono ancora” Sono di nuovo eccitata “in quel momento ho deciso che il tuo sorriso non mi sarebbe bastato. Ho deciso che avrei preso ogni pezzo di te. Voglio ogni centimetro del tuo corpo. E voglio ogni segreto della tua anima” Tremo eccitata “ E sai cosa?” Faccio segno di no con la testa. Non riesco a parlare. “ Penso che hai mangiato abbastanza. Ora ti riporto in camera e voglio ciò che è mio!” Mi afferra per il polso facendomi alzare, lascia una somma esorbitante sul tavolo e a passo deciso mi trascina fuori dal locale.

Un osso per le cagnette

“Lo sai che quando ridi sei bellissima”

Quasi mi strozzai, di nuovo, con il vino. Odiavo da sempre il mio corpo, pur sapendo che agli appartenenti all’altro sesso piaceva molto, io vi trovavo duemila difetti che lo rendevano orrendo ai miei occhi: uno di questi era il sorriso, lo avrei voluto perfetto. Non un perfetto come quello delle tipe che pubblicizzano dentifrici (che anzi trovo un po’ inquietanti dato che ogni volta mi ricordano la dentatura dei cavalli!) ma un perfetto simile a quello delle attrici dei film romantici: rosse labbra succose che racchiudono piccole perle bianche. Probabilmente il Dio della fisionomia ne aveva le tasche piene di produrre splendide dentature in serie dato che per il mio aveva optato per perle, si bianche, ma leggermente diverse l’una dall’altra ottenendo così che il mio sorriso tendeva ad essere leggermente storto. Inutili i tentativi di chiunque di convincermi che non era così, quando una donna si fissa su un aspetto del proprio corpo nulla la può smuovere. Inoltre anni e anni di prese in giro a scuola per il mio sorriso storto nonché il mio assoluto e assurdo rifiuto di farmi toccare da un dentista, non avevano che rafforzato le mie insicurezze portandomi infine a sorridere più con gli occhi che con la bocca.

Quella frase fu come una doccia fredda che spense la mia eccitazione. Decisamente odiavo il io sorriso e odiavo che qualcuno, fosse pure Lui, facesse apprezzamenti o commenti in merito.

Presi un lungo sorso di vino, prendendomi il tempo per osservarlo, questa volta in modo molto più razionale.

Quell’uomo mi aveva intrigato, incuriosito ed incantato; per questi motivi mi trovavo seduta a quel grazioso tavolo pronta a fare una pazzia; ma lui? Decisi di lanciarmi, non avevo nulla da perdere “ Perché sei qui?”

“Per lavoro” Cretino, ecco cosa avrei dovuto rispondere, invece “ Dai, si serio. Perché mi hai chiesto di venire qui, perché tra tutte proprio io?”

Il suo sorriso si allargò ancora “Tutte? Ma quali tutte? Guarda che io non sono certo Brad Pitt, e di sicuro non ho tutte le donne del mondo hai miei piedi”

Vero, non  era Brad Pitt “ Forse non avrai la bellezza di Brad ma tu hai un fascino che è difficile da spiegare, e io ho visto l’effetto che questo ha sulle donne”

“Ah si? E che effetto avrei? Sentiamo” adesso rideva proprio, divertendosi un mondo nel tentativo di mettermi in imbarazzo. Ma la doccia fredda di poco prima aveva consentito al mio cervello di uscire dallo stallo e riavviarsi “Sei come una qualche specie di raro animale esotico” presi un altro sorso di vino osservandolo; raccolse un gambero speziato con le dita, lo succhiò piano fissandomi negli occhi, poi sparì nella sua bocca e lui si lecco seducente le labbra con un basso suono roco e sensuale. Tentava di distrarmi il bastardo! Un altro sorso di vino, questa volta a occhi chiusi, per riprendere il controllo “Continua” mi dice.

“Ho visto al locale, ti muovi come un felino silenzioso e letale e le donne sono incantate dai tuoi movimenti. Con la scusa di dare loro da bere le sfiori delicatamente, senza mai toccarle in modo esplicito e questo le fa andare via di testa. Ho visto quando ti chini a sussurrare loro qualcosa di evidentemente divertente facendole scoppiare a ridere, ho visto come ti guardano quando ti allontani e come il loro sguardo cambia quando le stesse attenzioni le dedichi ad un’altra”

Ora,il bastardo, non rideva più. Prese un altro gambero “ E come mi guardano?” mi chiese prima di mangiarlo.

“Come un regalo da scartare, come qualcosa che vorrebbero mangiare. Con il desiderio negli occhi!”

Adesso anche lui beve, evvai finalmente si gioca ad armi pari, penso.

“ Si forse è così” ammette “ Ma non tu”

“ Io sono qui” rispondo, sottolineando l’evidenza.

“Si tu sei qui. E sei qui perché, come dicevo prima, non tu”

Ok ora sono confusa, ho decisamente bisogno di fumare. Cerco accendino e sigarette nella borsa “Dovresti mangiare, non hai ancora toccato cibo; e il fumo ti guasterà l’appetito”

Accendo la sigaretta ignorando il suo rimbrotto e calmandomi all’istante. Pianto gli occhi nei suoi “Temo di non capire” sorride divertito “Cosa non capisci tesoro? Come il fumo rovini l’appetito”

“No!” non ho voglia di farmi prendere in giro, ormai voglio sapere. Io devo sapere “Cosa significa che sono qui perché, e ti cito testualmente, non tu?”

Silenzio. Mangia un altro gambero masticando piano. Do un tiro alla sigaretta.

Il tempo scorre lentamente, il silenzio tra noi è assordante e in un attimo di panico penso che ho rovinato tutto senza  nemmeno sapere come.

Il silenzio continua a protrarsi mentre sorseggia il suo vino. Sembra avere tutto il tempo del mondo. Do un altro tiro alla sigaretta mentre aspetto di capire cosa succederà.

Finalmente posa il bicchiere, copre la mia mano con la sua con una carezza morbida, sfila la sigaretta dalle mie dita e la spegne nel posacenere dopo averne preso un tiro “ Se vuoi che ti risponda, sul serio intendo, devi iniziare a mangiare” lo guardò attonita “ Adesso piccola!”

Piccola! Mi ha chiamato ancora piccola, allora non è arrabbiato. Incredibilmente questo pensiero mi solleva, gli sorrido e infilzo un gambo speziato. È delizioso, chiudo gli occhi godendomi la sensazione “Dio santo! Così me lo fai diventare duro di nuovo” apro gli occhi scioccata e lo trovo che mi guarda rovente, con le mani così strette al tavolo da avere le nocche bianche.

Gli faccio ancora effetto, la mia autostima risorge in tutta la sua bellezza.

Mi dedico ad un altro gambero, abbandonandomi sulla sedia come preda di un piacere immenso. Sto ricambiando il suo stesso gioco e questo lo porta quasi al limite “Ok. Ok. Hai vinto!” sibila “Ti dirò quello che vuoi sapere, però tu smettila di gemere così o ti giuro su ciò che ho di più caro che ti scopo qui sul tavolo di questo dannato ristorante!”

Scoppiò a ridere davanti a tanta foga “Va bene padrone” lo schermisco. Mordo un altro gambero e, nonostante avrei voglia di gemere di nuovo, mi trattengo limitandomi a guardarlo in attesa.

“La prima volta che mi sono accorto di te al locale ho pensato che fossi bellissima” si accende una sigaretta mentre racconta l’ipocrita “ e che mi sarei divertito a farti impazzire come le altre. Si, lo so benissimo che effetto ho su di loro e mi diverte un sacco. Mi piace conquistarle, avere potere su di loro e poi lasciarle insoddisfatte a litigare tra loro come tante cagnette irose per l’osso”

“E’ una cosa terribile” mi sento offesa, è un modo terribile di trattare un essere umano.

“Tesoro, lo so. Ma questo sono io”

“Quindi io sarei una delle tante cagnette che vuole l’osso” poso la forchetta, mi è passato l’appetito!

continua….download