Un osso per le cagnette – II parte –

Abbasso lo sguardo fissando il cibo nel piatto, i gamberi hanno rilasciato il loro succo di cottura che ora si disperde in chiazze sul bianco immacolato della ceramica. Il mio stomaco si chiude con uno strattone: mi viene da vomitare. E da piangere. Non mi sentivo così umiliata da quando all’asilo mio fratello andò a raccontare che di notte portavo ancora il pannolino. Sento una lacrima spuntare agli angoli degli occhi, mi sforzo di ricacciarla indietro. Non voglio essere umiliata ancora di più.“Guardami” è un misto tra un ordine e una supplica. Abbasso ancora di più lo sguardo. “Ti prego. Guardami” la nota disperata nella sua voce mi spinge ad alzare gli occhi. Incontro due pozze scure che mi guardano con una dolcezza infinita, il mio stomaco da un altro strattone. “Fammi finire di spiegare, poi sarai libera di arrabbiarti se vuoi.” La premessa non è il massimo.

Accendo un’altra sigaretta, sfidandolo con lo sguardo a dirmi qualcosa al riguardo. Devo riconoscergli una certa intelligenza, o forse è solo spirito di sopravvivenza, visto che stavolta evita di sgridarmi. Mi appoggio allo schienale incrociando le braccia, ogni tanto mi concedo un tiro nervoso, sono decisamente sulla difensiva. Anche lui si appoggia allo schienale della sedia, ma al contrario di me sembra molto rilassato.

“Si, è vero. Volevo fare con te quello che ho sempre fatto con le altre.” Se si aspetta una mia reazione o una risposta si sbaglia di brutto. “ Volevo sedurti, far si che io fossi il tuo unico desiderio, e vedere come te la saresti cavata a competere con le altre.” Penso che, decisamente, non stia migliorando a sua posizione. Forse ne è consapevole dato che prima di continuare fa un profondo respiro “Così la prima volta che ti ho vista avvicinarti al bancone ho fatto in modo di esserci io a servirti, di solito non mi servono questi sotterfugi, di solito le donne chiedono ai barman che sia io a prepararle i cocktail. Credo che a loro piaccia che a servirle sia chi comanda, il potere affascina, le fa sentire importanti e lusingate” Già e tu approfitti della tua posizione di potere per sedurle, penso schifata.“Tesoro, lo so è un comportamento pessimo.” Ancora il suo super potere di leggermi nella mente all’opera! “Ma vedi, io non sono mai stato bello, nel senso classico del termine. Così negli anni ho dovuto sviluppare altre, diciamo, doti per sedurre le donne che mi interessavano. E piano piano questa cosa è diventata parte di me; senza nemmeno che me ne accorgessi.”                                                                                                                        “Questa giustificazione non rende meno brutto quello che fai” sibilo.

La stessa cameriera di poco prima ci interrompe portando altri due piatti, se nota il cambiamento di atmosfera, da bollente a gelida, non lo da a vedere. Si limita a posare tutto davanti a noi ma prima di eclissarsi getta uno sguardo verso di lui. Un sorriso spettacolare gli incendia il viso mentre ricambia il suo sguardo “Grazie” sussurra languido. Lei arrossisce imbarazzata mentre se ne va trotterellando felice. Una fitta di gelosia si scarica sul mio cuore come un fulmine inaspettato. Fa male. Cazzo se fa male. La rabbia si ritira lentamente lasciando la mia anima triste e vuota. Duemila domande mi affollano il cervello, risvegliano dubbi, nutrono insicurezze. Vorrei solo chiudermi in una stanza, piangere e addormentarmi distrutta stringendo il cuscino. Invece sono nel bel mezzo di un ristorante affollato, sperduto nel nulla, a centinaia di chilometri di distanza da casa. Per la prima volta da tanto tempo non posso scappare. Nessuna via di fuga, nessuna possibilità di ritirarsi di nascosto. Ho paura; paura di quello che sento dentro al cuore. Paura di farmi male.

Mi guarda attento. Cerca i miei occhi e quando li trova non distoglie lo sguardo ma lo lascia affondare dentro di me come se volesse scrutare nelle profondità della mia anima scura.

Mi rende irrequieta, cerco un’altra sigaretta nella borsa. Afferra il mio polso con una stretta decisa ma delicata “No. Per favore.” Ci guardiamo. Due lottatori in mezzo al ring. “Mangia, e io continuo con la mia storia”

Se non fosse tutto assurdo mi metterei a ridere. Come fa a chiedermi una cosa simile adesso?

Ho mal di testa. Troppe emozioni in un’unica sera forse. Mi ritiro più a fondo dentro me stessa. Non ho più voglia di discutere; affondo la forchetta in un morbido e cremoso risotto al salmone “Perché è così importante per te?”

“Perché sei così..” respira profondamente, sembra non trovare le parole “…fragile”

“In che senso?”

“Ogni volta che ti stringo, vorrei stringerti di più. Vorrei stringerti così forte da fondere le tue ossa con le mie, vorrei spingerti tutta dentro di me così non ti perderei mai. Così potrei proteggerti sempre. Ma tu sei così fragile, piccola, delicata. Ho paura di farti male.” Assurdo, tutto questo è surreale e assurdo. Prima dice che voleva sedurmi, usarmi e vedermi rotolare tirando i capelli alle altre sue fan, e un secondo dopo se ne esce con la cosa più dolce e romantica che mi sia stata detta negli ultimi 15 anni “Ho bisogno che mangi, perché io voglio stringerti forte.”

Una scintilla di speranza s’incendia nell’oscurità della mia anima portando un po di luce in quel buio soffocante. Continuo a mangiare “Vai avanti con la storia”

Sorride soddisfatto. Gioca con il suo cibo nel piatto senza mangiarlo. Ipocrita!

“Ti sei avvicinata e mi hai guardato dritto negli occhi. Ti ho sorriso, ma tu niente. Poi mi hai chiesto un whisky, liscio, senza ghiaccio.”

“Bevo sempre quello. Non è una novità per nessuno”

“ Già. Ma io volevo toglierti quell’aria da donna vissuta, da guerriera consumata che non ha paura di nulla. Volevo” gesticola con le mani nell’aria “non so, pensavo fossi tutta scena, la solita donna che cammina a tre metri da terra solo perché qualcuno le ha detto che è bella.”

“E’ questo che pensi di me?” sono perplessa. Se è così ho davvero commesso un errore a venire fin qui.

“Lo pensavo. Fino a quella sera.” finalmente infilza del cibo e si mette a mangiare, concedendomi preziosi attimi per riordinare i pensieri sempre più confusi che ho in testa.

“Ti ho versato il Jack senza mai togliere gli occhi dai tuoi. Mi guardavi, ma non mi vedevi davvero. Sembrava che nulla di quello che ti circondasse potesse passare il muro che avevi attorno. Come se tu fossi, come dire, irraggiungibile.  Ti porsi il bicchiere facendo in modo che dovessi per forza appoggiare le dita sulle mie. Quando mi sfiorasti sentii una scossa attraversarmi il corpo. Ma tu, tu non ti accorgevi di nulla” dalla sua voce traspare un rabbia che mi sorprende “ti dissi qualcosa di stupido e umiliante come << credi di essere una dura solo perché giri con pantaloni in pelle, bevendo whisky? Forse dovresti crescere! >> Mi aspettavo che finalmente mi vedessi, magari anche che ti arrabbiassi, in ogni caso avrei attirato la tua attenzione.” Io non ricordo nulla del genere e così decido che è meglio non dire nulla. “Invece tu hai abbassato gli occhi nel whisky, liquido ambrato che rifletteva occhi del colore del mare, occhi tristi. << Come vuoi tu >> mi hai risposto alzando le spalle. Poi ti sei girata e te ne sei andata. Come se io non fossi mai esistito. Chiusa nel tuo mondo. Ti sei seduta a quello stramaledetto tavolo e ti sei riavvolta nei tuoi pensieri.”

Ora sono davvero sconcertata. Non credevo che mi avesse studiato così attentamente. Le mie difese sono state create per tenere gli altri a distanza e non certo per attirarne l’attenzione. “Ero furioso. Da anni nessuna mi ignorava come facevi tu” Si accende una sigaretta e dopo averne fatto qualche tiro me la passa. Butta fuori il fumo in morbide volute. “Ho continuato a guardarti per tutta la sera. Le altre erano furiose, non gli dedicai nessuna attenzione. Tu eri un mistero.” Gli ripasso la sigaretta, mi sfiora le dita prolungando il nostro contatto per un tempo infinito. Quando la sua pelle si allontana dalla mia sento il mio cuore battere furioso. “Una di quelle con cui di solito mi divertivo, dopo aver passato l’intera serata cercando di giocare senza che io la considerassi, ha seguito il mio sguardo. Ha subito capito che eri tu quella che mi stava distraendo da lei ed è andata su tutte le furie” Questa è bella, penso. “Su tutte le furie?” chiedo curiosa. Scoppia a ridere, finalmente quel velo di tristezza che lo oscurava sembra sparito “Si! Ha fatto una scenata epica in mezzo al locale. L’unica a non accorgersene sei stata tu. Non ti sei  nemmeno resa conto che l’intero bar si è messo a guardare mentre lei si avvicinava furente al tuo tavolo” Un campanello d’allarme suona dentro il mio cervello risvegliando un ricordo poco piacevole.                                                                                                                                              “Alta. Magra. Bellissima” rivivo la scena nella mia mente “Capelli rosso fuoco, due immensi occhi blu e un vestito verde smeraldo di pizzo” sputo fuori le informazioni in modo meccanico. “Si. Lei” risponde.

“Continua” chiedo. Nella mia testa quel ricordo spiacevole inizia ad assumere un senso. Non avevo mai capito perché quella  Dea della bellezza si fosse piazzata davanti a me urlando come una pazza che io non ero nessuno – vero – ,che non avevo un briciolo del suo fascino – verissimo – e che non avrebbe mai lasciato che io prendessi qualcosa di suo. Avevo ascoltato in silenzio la sua sfuriata, dondolando l’alcool nel bicchiere e guardandola con un sopracciglio alzato. L’immagine successiva che ricordo è quella di lei che mi svuota addosso il liquido scuro del suo bicchiere e poi si allontana furente e altezzosa e io che penso che ha proprio un culo fatto bene. Ricordo che questo pensiero mi ha fatto scoppiare in una risata fragorosa: una perfetta sconosciuta mi aggredisce urlandomi in faccia senza motivo e io penso che ha un bel culo.

“ Quando ha capito che guardavo te, ha iniziato a urlare. Diceva che ero un cretino a guardare una come te quando potevo avere lei, che lei era la donna più bella che io potessi mai avere, che tutti facevano carte false per poter uscire con lei e io invece mi perdevo dietro a una femminuccia insulsa come te. Cose così”  Sorride mentre lo racconta “ La scenata stava diventando smisurata, l’intero locale si era fermato a guardare. Poi prima che io potessi fare qualsiasi cosa lei si è scagliata verso di te. Una parte di me voleva fermarla, un’altra parte invece voleva vedere come avresti reagito.”

“Non ho reagito.” Ammetto atona.

“No. Non hai reagito. Lei ti ha urlato addosso per dieci minuti buoni e tu? Niente, la guardavi impassibile, dondolando il bicchiere. Ho pensato sembrassi una principessa annoiata costretta ad ascoltare le rimostranze di una cortigiana, eri bellissima. Tutti quelli che erano li quella sera ti guardavano trattenendo il respiro.” Giuro che non mi ero resa conto di essere stata la protagonista di uno spettacolo. La cosa non mi piace molto. “Quando, dopo l’ennesimo insulto, lei ti ha buttato addosso il drink, io sono esploso” ammette “ ero così incazzato che avrei voluto picchiarla. Mi sono avvicinato a voi due, tu ovviamente non te ne sei nemmeno accorta.” Di nuovo quell’aria triste “Ma prima che potessi raggiungervi, lei si è allontanata tornando verso il locale. Ho continuato a guardarti. Ho pensato che ti saresti messa a piangere per l’umiliazione, e allora io sarei stato li a prenderti tra le braccia e a proteggerti dai commenti idioti del resto del mondo. Invece.”

“Invece sono scoppiata a ridere” finisco la frase al suo posto.

“Infatti. Hai cominciato a ridere di gusto. Ridevi così tanto che avevi le lacrime agli occhi. E il motivo di quella risata era l’ennesimo mistero che apparteneva solo a te.”

Sorrido anche adesso “Se solo sapessi perché ridevo”

“Me lo dirai?

“Forse, un giorno.” quando non mi vergognerò più del mio pensiero, magari.

“Non riuscivo a smettere di guardarti. Così felice, eri la cosa più bella che io avessi mai visto. Mi hai incantato. Ti volevo. Ti volevo davvero, non per finta come le altre.”

“Perché?”

“Perché sei così bella quando ridi. Ma lo fai sempre da sola. Non ho mai visto nessuno riuscire a farti ridere così. Ma io, io volevo avere questo potere.”

“Ma quale potere? E’ solo una risata”

“No, amore mio. È molto di più!” arrossisco per come mi guarda “La tua risata ha il potere di illuminare il mondo. La gente non può fare a meno di sorridere quando lo fai anche tu. È la felicità vera, quella che da vita al tuo sorriso, è contagiosa, bellissima. E tu nemmeno te ne accorgi dell’effetto che fai quando su quella bocca da urlo sboccia finalmente il sorriso”   Ok. Ok. Il discorso si sta facendo decisamente impegnativo. Come siamo arrivati dal quasi fare sesso sul tavolo del ristorante a parlare di me, del motivo per cui non rido quasi mai e della mia felicità?

“Comunque, tutto il locale ha tirato un sospiro di sollievo vedendoti ridere. Niente scenate, niente pianti, solo tu che ti divertivi da matti. Ognuno è tornato a farsi i fatti suoi. Ero sconvolto da te, da come ti comportavi, dall’effetto che mi facevi. Ho pensato che forse era meglio se mi allontanavo un’ attimo, che tu eri pericolosa. Un fuoco che avrebbe potuto scaldarmi oppure bruciarmi.” Scherza vero? E’ quello che IO penso di lui!   “Stavo per andarmene, ma poi, dio santo, tu hai fatto quella cosa!”                                                                 Cosa? Quale cosa? Che cazzo avrò mai fatto. Panico! Mi sforzo di ricordare ma inutilmente. L’ultima scena del mio ricordo e miss abito verde che si allontana.                                        “Quale cosa?” domando dopo essermi scervellata invano per qualche istante.                            “Il cocktail che lei ti aveva lanciato addosso ti gocciolava giù per il collo” Si questo me lo ricordo, ma non vedo cosa centra. “ho detto a qualcuno dei miei di portarti qualcosa per pulirti; mi hai sentito”                                                                                                                               Si. Ora che me lo dice ricordo di aver sentito una voce, profonda e furiosa, sbraitare a qualcuno di portare un asciugamano per ripulirmi                                                                    

“Hai smesso di ridere. Ti sei girata a guardarmi, forse hai capito che ero io la causa di quella scenata pessima; non lo so, so solo che hai raccolto l’alcool sul tuo collo facendoci scorrere sopra un dito” mentre racconta rivive tutto passandomi il suo dito sul collo. Deglutisco a vuoto. “Poi te lo sei infilato in bocca. Hai chiuso gli occhi. E lo hai succhiato dolcemente, con un sospiro di puro piacere” mi infila la punta del dito in bocca e succhio piano. Come nel suo ricordo. “Buono, hai detto guardandomi. Poi ti sei girata e, di nuovo, ti sei scordata della mia esistenza.” Strappa il dito dalla mia bocca. Avvicina il viso furioso al mio “Me l’avevi fatto diventare così duro che sono dovuto scappare in bagno ad accarezzarmi! Mi avevi trasformato in un quindicenne incapace di controllarsi. Ero furioso” respira forte “Lo sono ancora” Sono di nuovo eccitata “in quel momento ho deciso che il tuo sorriso non mi sarebbe bastato. Ho deciso che avrei preso ogni pezzo di te. Voglio ogni centimetro del tuo corpo. E voglio ogni segreto della tua anima” Tremo eccitata “ E sai cosa?” Faccio segno di no con la testa. Non riesco a parlare. “ Penso che hai mangiato abbastanza. Ora ti riporto in camera e voglio ciò che è mio!” Mi afferra per il polso facendomi alzare, lascia una somma esorbitante sul tavolo e a passo deciso mi trascina fuori dal locale.

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