La Centrale

Mi tiene per mano e parla della sua vita mentre con passo sicuro mi guida in un labirinto di vicoli infiniti e tutti uguali. Credo di aver perso l’orientamento, non saprei mai ripetere il percorso a ritroso. Dopo un ultima svolta le case improvvisamente finiscono: la strada s’inoltra nel buio, scorgo in lontananza delle luci fioche e sento il rumore di acqua che scorre. Forse un fiume o una cascata. Senza il riparo degli edifici l’aria gelida mi colpisce facendomi tremare: “Hai freddo piccola?”
Scuoto la testa tentando di mascherare i brividi che mi scuotono. Sorride mentre si sfila la giacca e me la posa sulle spalle, poi mi stringe a se con un braccio “Forza” m’incoraggia “Siamo quasi arrivati.”
Stringo gli occhi, mentre cammino al suo fianco, cercando di mettere a fuoco i dettagli nell’oscurità. Sembra che attorno a noi ci siano solo montagne e prati, occupati qua e la da imponenti alberi, il rumore dell’acqua che si fa sempre più forte e l’aria che diventa sempre più fredda rafforzano la mia convinzione di essere vicino a una cascata. La strada svolta in una curva improvvisa e un attimo dopo sono davanti a una magia: un infinità di luci galleggiano su un lago artificiale. La strada cede il passo a un ponte di sasso sostenuto da piccoli archi continui che percorre tutto lo specchio d’acqua finendo davanti ad un imponente costruzione di pietre bianche e immense vetrate.
Attraversiamo il ponte e guardo incantata l’acqua che scivola veloce sotto gli archi e poi sparisce in un boato assordante nell’oscurità; sono troppo curiosa per resistere, mi stacco da lui sporgendomi oltre il muro. Mi manca il fiato e mi ritraggo di colpo scoprendo che dall’altra parte c’è un volo infinito nel buio “Che c’è piccola” mi dice ridendo mentre mi afferra al volo “hai paura dell’altezza?”
“Ahahaha” ribatto stizzita ma afferrandolo più forte.
“Che posto è questo?” gli chiedo stando ben attenta a camminare esattamente al centro del ponte. Se lo ha notato non lo da a vedere “Questa è La Centrale amore mio.”
“E cos’è?” continuo a guardarmi intorno affascinata dal romanticismo del posto, le luci sull’acqua si muovono al ritmo di una danza solo loro “E come mai le lanterne nell’acqua non precipitano giù per la cascata?”  Dei piccoli bracieri sono sistemati qua e la lungo il prato davanti alla centrale attorniati da morbidi, enormi cuscini bianchi su cui sono adagiate confortevoli coperte di cachemire beige “Hai visto?” glieli indico a bocca aperta. Mi sembra di essere una bambina il giorno di Natale. Continuo a guardarmi in giro stupita e sorpresa dai mille dettagli che riesco a scorgere qua e la nel buio mentre lo tempesto di domande di cui non sono interessata alla risposta. Lui si limita a ridere e lasciarmi esplorare con lo sguardo questo luogo di magia.
“Ora entriamo piccola” mi spinge delicato verso il portone “Stai gelando qui fuori”
Solo in quel momento mi viene in mente che la sua giacca è sulle mie spalle e che probabilmente è lui quello tra i due che sta morendo di freddo. Annuisco e lo seguo dentro al locale.
Ci accoglie un ambiente caldo, illuminato da quattro enormi lampadari di cristallo. Mi trovo in una sala enorme: le pareti di pietra bianca e polverosa sono regolarmente interrotte da maestose finestre di ferro che si stagliano per tutta l’altezza della struttura regalando una vista mozzafiato  sul lago che circonda la struttura su tre lati, posso vedere le lanterne che continuano la loro infinita danza sull’acqua. A fatica distolgo lo sguardo dall’ipnotico spettacolo quando lui mi sfiora il braccio attirando la mia attenzione “Vieni, voglio presentarti una persona”
Mi fa strada attraverso il locale in cui sono sparsi in un caos, perfettamente ordinato e voluto, massicci tavoli di legno ognuno occupati da  allegre compagnie impegnata a bere invitanti cocktail colorati o mangiare pietanze dal profumo divino. Ogni tanto lui si ferma, trattenuto da mani amiche, profondendosi in strette di mano a uomini eleganti e baci sulle guance a donne stupende. Non so se è la magia del posto ma qui sembrano tutti bellissimi e improvvisamente mi sento a disagio. Alzo gli occhi guardando la pista da ballo rialzata cui si accede da un elegante scalinata di rame in fondo alla sala: le femmine che si muovono impeccabili al ritmo della musica  con i capelli lunghi e i vestiti leggeri che svolazzano attorno al corpo sembrano fate.
Il mio disagio aumenta, non credo di esserne all’altezza di questo luogo, e mentre lui è impegnato a far ridere una bionda da urlo che lo ha praticamente braccato in mezzo alla sala io mi stringo le braccia attorno al corpo e cerco di individuare l’uscita con lo sguardo. Ho una gran voglia di fumare, o forse voglio uscire da qui e ritrovarmi in quel luogo magico solo per noi due che è l’esterno. O forse voglio scappare da tutto e tornare alla mia vita.
Un enorme biondo dal fisico scolpito e la mascella perfetta mi si pianta davanti agli occhi
“Ciao” le sue labbra si schiudono in un sorriso degno di Vogue.
“Oh mio dio ma c’è nessuno qui dentro meno bello di un attore Holliwoodiano!” Invece di pensarlo e basta devo aver espresso l’ineducato pensiero ad alta voce dato che il biondo mi guarda perplesso per qualche secondo prima di scoppiare in una fragorosa risata che fa ridere pure me.
“Certo che tu non le mandi a dire scricciolo” mi porge la mano enorme “Come ti chiami?”
Mi volto e mi accorgo che il mio accompagnatore è impegnato a sorreggere una coppa di champagne, che chissà dove ha preso, mentre intrattiene la biondona super sexy e le sue amiche con la sua parlantina. Pendono tutte dalle sue labbra, gli è bastato poco per dimenticarsi di me a quanto pare. Beh del resto come dargli torto: quello è il gruppo di donne più affascinanti e sensuali che io abbia mai visto in tutta la mia esistenza. Guardo la mano del dio biondo tesa verso di me e ricacciando indietro le lacrime la stringo decisa “Valentina” mi presento.
“Valentina” accarezza il mio nome con la sua voce  che ovviamente è profonda e mascolina. Ma qui dentro qualcuno avrà un cazzo di difetto mi chiedo?
“Valentina” ripete stringendomi la mano. E questa volta da al mio nome un suono decisamente erotico che mi mette un po a disagio “Si è un nome adatto per uno scricciolo come te”
Vorrei rispondergli piccata che sono un metro e settanta per cinquantafottuticazzodichili quindi mica tanto scricciolo! ma mi rendo conto che dall’alto dei suoi quasi due metri per almeno cento chili di muscoli guizzanti, devo davvero sembrare una cosa piccola e fragile.
“Allora Valentina piacere io sono”
“Thor” appena le parole mi sfuggono mi copro la bocca con una mano guardandolo mortificata.
Questa volta esplode in una risata assordante che attira su di noi gli sguardi dei tavoli vicini. Il gigante biondo tiene stretta la mia mano e non smette di ridere per qualche secondo.
“Thor, questa si che è divertente” si gira e urla “Ehi Miky questa la devi sentire”
Di nuovo si volta verso di me e finalmente riesce a presentarsi “Valentina” mentre lo pronuncia arrotola il mio nome in modo molto sensuale “Molto piacere io sono Steve” mi deposita un bacio sul dorso della mano “ma tu, in via del tutto esclusiva, puoi chiamarmi Thor” e di nuovo giù a ridere.
Quantomeno non è permaloso “Scusami, a volte la mia bocca agisce senza consultarsi con il cervello”
“Sei divertente Valentina” sembra che ripetere il mio nome sia il suo passatempo preferito,  ma almeno mi lascia la mano”posso sapere come sei arrivata qui?”
“Mi ci ha portato un amico”
“E dov’è ora questo tuo amico”
Gli indico con la testa il capannello di Barbie bionde che si è ovviamente infittito e lo nasconde ai nostri occhi.
“E’ stato distratto dal club di Winx strafiche li dietro” ammetto triste.
Guarda oltre le mie spalle e di nuovo scoppia a ridere “Winx strafiche? Ahahaha. Thor! Tu sei davvero uno spasso; scricciolo dalla lingua tagliente! Vieni ti offro da bere.”
“Sinceramente stavo per andarmene”
“Andartene? E dove?”
“Fuori” dico la prima cosa che mi viene in mente “A fumare”
“Non se ne parla! Fuori fa freddo. E fumare fa male. Vieni ti offro da bere” mi prende per il polso e mi trascina verso il bancone in ferro costruito tra due turbine che occupa tutta la parete oltre i tavoli.
Incomincio a scocciarmi di essere trascinata qua e la come un dannato trolley ma, del resto, non mi sembra un idea geniale mettermi a litigare con il dio biondo. Soprattutto perché lo stronzo con cui sono arrivata sembra essersi dimenticato che  esisto, troppo impegnato a intrattenere le bionde. Magari Thor/Steve può aiutarmi a ritornare all’hotel e una volta lì posso recuperare le mie cose nel giro di qualche minuto, sempre che riesca a rintracciare la cameriera a cui il bastardo le ha date, chiamare un taxi, arrivare in stazione e prendere il primo treno per qualunque posto il più lontano possibile da qui.
Mi siedo sul comodo sgabello del bar, il tipo dietro il bancone è ovviamente uno strafigo tatuato con un sorriso sciogli mutandine che dio ti prego!
Mi prendo la testa tra le mani chiedendomi dove cazzo sono finita.
“Ehi Miky vieni che ti presento sto scricciolo”
Il figo moro dietro il bancone, ovviamente Miky, mi sorride “Lo sai che mi ha chiamato Thor. Hahahahahaha. Thor, Miky ti rendi conto? Come il tizio con il martello? Hahahahaha”
Ma che cavolo ci troverà di così divertente poi? Miky mi porge la mano “Non farci caso” mi spiega “è abituato a donne che cadono ai suoi piedi appena lo vedono. Erano anni che nessuna lo prendeva in giro, credo. Piacere Miky”
“Valentina”
“Allora Valentina cosa vuoi bere?”
“Qualsiasi cosa di diverso dalla pozione magica che rifili a chiunque entri qui dentro trasformandola in una super gnocca bionda senza cervello”
Ma che diavolo mi prende?
Fortunatamente in questo posto folle sembrano apprezzare il mio sarcasmo acido da “abbandono dello stronzo” dato che pure Miky scoppia a ridere.
Anche il biondo, che aveva finalmente smesso ricomincia a ridere di gusto “Che ti ho detto? Lo scricciolo qui è una forza”
“Si. E’ una forza. Ed è tutta mia” Lo stronzo è ritornato e reclama il suo territorio.

 

 

Le scarpe rosse

La luce dei lampioni colpisce la vietta acciottolata del centro donandole un’atmosfera calda e intima. Il silenzio della notte, tra questi antichi vicoli tortuosi, è rotto solo dal rumore dei miei tacchi. Abbasso gli occhi guardando le bellissime scarpe che indosso e ancora non ci credo. Sono quelle che il mio amico Federico definirebbe scarpe da sesso: i nastri di raso avvolgono le mie caviglie accarezzandole ad ogni passo,  il tacco sottile e altissimo – esattamente come piace a me – mi fa sentire sensuale e bellissima, la vernice rossa le rende infinitamente erotiche. Un sorrisino idiota mi spunta mentre ripenso a poche ore fa.

Coperta da un asciugamano fumo una sigaretta sul balcone della stanza dopo la doccia, che ovviamente si è trasformata in uno sbranarsi reciproco, mentre lui si sposta canticchiando per la stanza.
Ha attaccato il mio ipod alle casse dell’impianto audio e lo sta lasciando girare in modalità casuale, ha detto che è curioso di sapere che cosa ascolto perché, dice,  la musica che mi piace svela molto di me.
La ballata dei Guns n’ Roses finisce e l’attimo dopo suonanole prime note di una bellissima canzone di Alex Britti. Chiudo gli occhi e aspiro il fumo della sigaretta, è uno dei miei pezzi preferiti “Guardami toccami stringimi regalami un istante tra quelli nostri più intensi un attimo importante, fammi sorridere abbracciami, rendimi felice, come quell’uomo che ama ma che non lo dice.” Canto  sottovoce finché percepisco un movimento vicino a me. Apro gli occhi smettendo all’istante. Lui è li davanti a me, bellissimo  nei suoi pantaloni scuri e camicia bianca. Si accende una sigaretta presa dal mio pacchetto “Canti spesso?”
“No”
“Perché?”
“Non amo la mia voce”
“Mmmm.. mi sembra di aver capito che sono molte le cose di te che non ami”
Resto zitta non avendo voglia di ammettere che è esattamente così.
“Sai questo dice molto di te”
“Se lo dici tu”
“Dovresti credere di più in te stessa sai?”
“Si. Forse” Non mi piace l’argomento. Butto fuori il fumo e spengo la sigaretta nel posacenere. “E’ meglio che mi vesta.” Rientro sentendo il suo sguardo indagatore sulla schiena.
Dove diavolo ho lasciato la borsa con le mie cose? mi domando guardandomi in giro per la stanza.
Il rumore della finestra che si chiude mi avvisa che siamo di nuovo nello stesso spazio e, come al solito, tutta l’aria sembra venire risucchiata dai miei polmoni. Dannazione dove si è cacciata quella maledetta borsa, ho bisogno di vestirmi! Adesso!
“Le tue cose le ho date alla cameriera”
Mi giro guardandolo allibita.
Almeno ha il buon senso di fingersi incerto rispetto alla sua decisione.
“Pensavo ti facesse piacere”
Ok ora mi sto decisamente alterando. Cosa esattamente dovrebbe farmi piacere? Che una sconosciuta abbia la mia roba? O non avere nulla da indossare? Oppure che lui abbia deciso senza dirmi nulla? Lo guardo in cagnesco: tiene lo sguardo basso e si strofina la mano sui pantaloni. Sembra quasi in difficoltà e mi viene ridere. Così la rabbia scema un po e mi limito a chiedere: “Perché?”
“Pensavo ti facesse piacere”
“Cosa?”
“Che te li rinfrescasse”
Rinfrescasse? Lo guardo come se non sapessi chi è. Ma come diavolo parla? Manco fossimo  nel Medioevo i signori del castello con la servitù a soddisfare i nostri capricci da privilegiati. Sospiro frustrata ricacciando indietro una risposta acida sul suo modo di esprimersi.
“E quando potrò riavere le mie cose?”
“Domani”
“Domani???” ok ora sono davvero furiosa “Stai scherzando vero?”
“No”
Lo fulmino con lo sguardo “E secondo te io dovrei stare nuda fino a domani?”
Sono così arrabbiata che non riesco nemmeno a pensare. E se avessi voluto andarmene? Senza contare poi la questione del mio bellissimo vestito che lo stronzo qui ha fatto volare giù dalle scale ieri sera e chissà ora dove sarà!
Mi guardo intorno sperando di trovare qualcuno dei miei vestiti miracolosamente per terra ma, ovviamente, non c’è nulla.
Stringo i pugni combattendo l’impulso di urlare.
“Beh…non è che sia una brutta idea sai?”
“Cosa?” di cosa cazzo parla adesso?
“Che tu stia nuda”
“Tu sei fuori di testa” sibilo.
Da sotto il letto spunta un lembo della camicia che indossava ieri; visto che non ho alternative vedrò di farmela andare bene. Lascio cadere l’asciugamano e mi infilo nel morbido cotone, ha ancora il suo odore.
“Sei bellissima”  non riesce a togliere lo sguardo dal mio corpo.
Con qualcosa addosso mi sento un po meglio e, invece di insultarlo, gli concedo un mezzo sorriso. Questa mia improvvisa clemenza mi preoccupa, di solito lascio che la mia rabbia esploda in tutta la sua potenza, ma con lui mi sento inspiegabilmente tollerante. Sono confusa.
Si avvicina ma non sembra più sicuro come prima. Ogni passo si ferma e mi guarda come se aspettasse la mia autorizzazione.
Finisco di allacciare i bottoni e crollo seduta sul letto. M’infilo le mani nei capelli e cerco di chiudermi in me stessa.I pensieri frullano nel cervello in un vortice indistinto, ho bisogno di recuperare il controllo.
E le mie cose. Non averle mi fa sentire scoperta, indifesa e vulnerabile.
E di nuovo voglio piangere.
“Piccola” è in ginocchio davanti a me e cerca di scostare la tenda dei miei capelli per guardarmi negli occhi. Spingo i palmi contro le palpebre e mi stringo di più su me stessa. Ho bisogno un attimo di solitudine, maledizione!
“Piccola, ti prego” mi abbraccia trascinandomi sul letto
“Parlami” Mi accarezza e mi bacia ovunque cercando disperatamente una mia reazione.
Ma io non sono pronta. Ho bisogno di me. Cerco di andare più a fondo nella mia anima e ritrovare una briciola di autocontrollo. Mi rendo conto che questo crollo non può essere dovuto solo alla scomparsa dei vestiti.
Troppe emozioni. Poco cibo. Troppo alcool. Poco sonno. E poi.. tutto quel sesso.
Troppe, troppe cose tutte insieme. Tutte così intense e assurde. Le lacrime mi scorrono tra le dita.
Alla fine la mancanza dei vestiti è la goccia che fa crollare tutto e finalmente scoppio a piangere.
Forse capisce o forse semplicemente non sa cos’altro fare: mi stringe tra le braccia e mi culla senza dirmi nulla.
Dopo qualche minuto smetto di singhiozzare lasciando semplicemente che le ultime lacrime mi scivolino sulle guance e giù per il collo. Quando finalmente smetto del tutto mi scosta i capelli scoprendo i miei occhi arrossati e gonfi. Bacia delicatamente prima uno “Piccola” poi l’altro “Sei un disastro”
Scoppio mio malgrado in una risatina sommessa.
La tensione si scioglie subito e lui mi avvolge di nuovo tra le braccia. Con la testa sulla sua spalla, la sua camicia addosso e le sue braccia che mi stringo ritrovo il mio equilibrio e mi calmo del tutto.
Ho le palpebre pesanti e vorrei dormire ma il mio stomaco non dev’essere del tutto d’accordo visto che improvvisamente brontola.
“Hai fame tesoro?” guarda l’orologio d’acciaio al polso “é da un sacco di tempo che non mangi”
“Sono stanca” mi posiziono meglio tra le sue braccia.
“Devi mangiare”
“Dopo”
“Non se ne parla” scioglie l’abbraccio alzandosi. Mi prende per le gambe e mi trascina giù dal letto “E poi voglio portarti in un posto”
“Non ho nessuna intenzione di uscire da qui” replico incrociando le braccia sotto il seno.
“Ohhh lo farai eccome principessa”
“Tu sei fuori di testa”
Ed eccoci di nuovo a litigare, penso.
“Io voglio portarti in un posto e tu ci verrai. Puoi solo scegliere se venirci sulle tue splendide gambe oppure posso mettermi il tuo bel culo in spalla e trascinartici così”
Cerco di capire se sta scherzando o se fa sul serio, non può davvero pensare che accetti di uscire da qui a mala pena coperta da una camicia bianca! E’ sicuramente un bluff.
“Non ho nessuna intenzione di muovermi da qui!”
Veloce come il lampo si lancia su di me e l’istante dopo mi ritrovo a testa in giù a guardare il suo sedere. La camicia cede alle leggi di gravità e mi ritrovo sulla sua spalla col culo scoperto. S’incammina verso la porta assestandomi una sonora sculacciata.
“Mettimi giù!”
“Solo se ubbidisci”
“Nemmeno se paghi. Mettimi giù!”
“Allora…” altro passo verso la porta e altra sculacciata. Più forte della precedente.
Il sedere mi brucia da impazzire. Fa un altro passo ma prima che possa colpirmi mi arrendo “Ok. Ok. Obbedisco. Mettimi giù adesso”
Mi posa a terra dolcemente, come se pesassi pochi grammi e non tutti i miei cinquantaquattro chili. Quando si rimette in piedi ne approfitta per strusciarmisi addosso e farmi sentire quanto questo gioco lo abbia divertito.
Basta questo contatto perché il mio corpo reagisca e sia pronto per lui. Capisce all’istante e si fionda in avanti. Allargo le gambe pronta e mentre la sua lingua s’impossessa della mia bocca le sue dita mi possiedono decise. Non c’è tenerezza ne pietà nel suo tocco. Imperioso e sicuro mi allarga e esplora. In un attimo sono sua e urlo nella sua bocca mentre vengo sulla sua mano.
Resta dentro di me rallentando il tocco finché non smetto di tremare.
Tanto è stato duro nel prendermi quanto è delicato adesso mentre sfila le dita una alla volta. Se le porta alle labbra e, guardandomi dritto negli occhi, le succhia. “Sei proprio buona”
Poi mi bacia, il mio sapore sulla sua lingua mi piace.
“E adesso preparati” sussurra sulle mie labbra “Voglio portarti in quel posto che ti ho detto”
“Ma i miei vestiti li hai dati alla cameriera”
“E allora?”
“Non posso uscire così” gli indico la camicia sgualcita, mezza sbottonata e bagnata dal mio orgasmo
“Sei bellissima così” replica. Per un istante infinito penso che stia davvero per chiedermi di uscire in quelle condizioni  ma poi mi prende per mano e mi trascina nell’angolo della stanza dove c’era il tavolo con la colazione. La colazione non c’è più ovviamente, visto che ormai sono le otto di sera. Il piano del tavolo è invece occupato da due enormi pacchi ricoperti di una carta argentata a strisce nere e chiuse da un nastro dello stesso colore che termina in un maestoso fiocco. Guardo i pacchi e guardo lui. Guardo di nuovo i pacchi. E poi di nuovo lui. Non capisco.Quando li ha portati qui? Ma soprattutto chi li ha portati dato che lui è sempre stato con me? Ho dormito così tanto da non accorgermi della sua assenza?
Irrompe nei miei pensieri “Sono per te” dice “Aprili”
Incapace di dire alcun che, scarto i regali facendo attenzione a non rompere la carta…

 

E ora eccomi qui a camminare per le vie del centro, diretta chissà dove, con indosso uno spettacolare vestito di pizzo nero che lascia la schiena scoperta e le più belle scarpe che abbia mai avuto. Ma soprattutto con l’uomo più sorprendente che io abbia mai conosciuto, che cammina al mio fianco tenendomi la mano.

 

Il predatore

Il mondo oltre i vetri di queste finestre sembra prendere fuoco avvolto dal rosso del tramonto. Sorseggio con calma il mio caffè, l’aroma forte si mischia al suo sapore nella mia bocca e mi fa sorridere.

Dopo la sessione imprevista di coccole mi ha stritolato in un abbraccio togli respiro e poi con un minaccioso “mi vendicherò” seguito da un sorriso malandrino è sparito per rispondere all’ennesima telefonata.

Ormai sono trascorse ventiquattro ore da quando sono arrivata qui. Nei miei programmi a  quest’ora sarei dovuta essere già lontana da qui e, soprattutto, da lui. Certo non mi aspettavo che mi trascinasse in una spirale di follia, sesso, perversione e emozione che mi avrebbe fatto perdere il controllo di tutto.
Invece eccomi qui: incantata da un tramonto, ammaliata da un uomo che nemmeno conosco e che nell’arco di una notte ha stravolto tutto quello che conoscevo di me stessa.
I raggi del sole colpiscono l’acqua del lago trasformandola in una liscia pozza cremisi, un’airone con delle enormi stupende ali plana maestoso sull’acqua creando ricami increspati che si propagano fin sulla riva. Il paesaggio che si spiega davanti ai miei occhi mi regala un’attimo di  assoluta pace.

“Ok, va bene. Ci vediamo li.” lo sento dire a qualcuno dall’altro lato del telefono, mentre rientra in stanza e chiude la porta alle sue spalle. La sua presenza riempie in un ‘attimo la stanza e mi sento come se qualcuno avesse risucchiato tutta l’aria. Annaspo tentando di respirare, l’effetto che ha su di me è devastante e inaspettato.
Improvvisamente il senso delle parole che ho ascoltato arriva al mio cervello e in un lampo di consapevolezza realizzo che ha voluto che sentissi quella frase. E’ il momento di separarci. Quello che ho sentito è la scusa di cui si servirà per dirmi che devo andarmene.
Nonostante il mio programma iniziale prevedesse esattamente questo, solo molte ore prima di adesso, mi sento improvvisamente infelice. Un dolore sordo mi pulsa nel petto facendosi più intenso ad ogni respiro.
“Piccola” mi guarda con occhi tristi. Vorrei piangere.
Rispolvero tutta la dignità di cui sono capace e cacciando indietro le lacrime gli sorrido come se non fosse successo nulla. Sono brava a nascondere le mie emozioni e di questo devo decisamente ringraziare mia madre!
Non ricordo, da quando ho memoria, qualcosa su cui non mi abbia criticato: l’aspetto fisico, i vestiti, il carattere, gli amici, i fidanzati, la scuola, il lavoro, i gusti musicali…ogni aspetto della mia vita è stato oggetto di aspre critiche e inarrivabili confronti. Ricordo gli innumerevoli tentativi di migliorarmi fatti, fin da quando ero piccolissima, nel disperato tentativo di ricevere la sua approvazione. Ricordo chiaramente la delusione, il dolore al cuore e gli occhi pieni di lacrime ogni volta che, immancabilmente, lei non era soddisfatta e ripagava i miei sforzi con critiche ancora più aspre e dure. Non vedo più il paesaggio oltre il vetro mentre ripenso alla gelosia crescente che sentivo nascere verso i miei fratelli che si suoi occhi erano sempre perfetti o, in ogni caso, meglio di me; verso le mie amichette che dall’asilo alle superiori erano per lei sempre più belle, educate e meglio vestite di quanto potessi esserlo io. Ricordo l’amarezza infinita delle lacrime ingoiate di nascosto quando a cinque anni mi portò dal parrucchiere e dopo averlo costretto a tagliarmi i capelli come se fossi un maschiaccio, la sentii dire a mia zia “Poverina è proprio bruttina ovvio che non la vuole nessuno.” Credo che sia quello l’istante in cui smisi di cercare la sua approvazione consapevole che non l’avrei mai ottenuta e imparato a nascondere le ferite che ogni volta mi ha inflitto come un boia impietoso: passo uno mostrare indifferenza. E così nascondere le emozioni è stata un abilità che ho acquisito prima ancora di imparare a scrivere e che si è rivelata tremendamente utile nella mia incasinatissima vita.

“Piccola” la sua voce calda mi riporta al presente “Tutto bene?”
Mi volto guardandolo con il miglior sorriso che mi riesca “Si, certo” mento disinvolta. Finisco il caffè tutto d’un fiato mentre lui mi studia curioso.
“Ti scoccia se faccio una doccia prima di andarmene? Giuro che faccio in fretta” nonostante il sorriso la mia voce s’incrina un secondo, mi insulto da sola, ma fingo indifferenza.
Si appoggia contro la porta e incrocia le braccia. Il suo sguardo imperscrutabile mi si pianta addosso, un silenzio carico di tensione cala tra di noi.
L’essere ancora totalmente svestita non rende la situazione più facile e così dopo pochi secondi raggiungo il mucchio di lenzuola sul pavimento. Distolgo solo un secondo lo sguardo mentre mi chino a raccogliere l’intrico di stoffa e me lo avvolgo addosso, quando mi rialzo me lo trovo a un soffio dal viso “Dove devi andartene esattamente?”
Lo fisso tramortita. Apro e chiudo la bocca più volte senza riuscire a emettere alcun suono, il cervello nuovamente ingolfato, tutti i sensi proiettati verso di lui e la sua presenza dominante.
Strappa le lenzuola dal mio corpo e le lancia letteralmente dall’altra parte della stanza. “Rispondimi” mi stringe le braccia in una presa d’acciaio “Dove cazzo devi andare!”
Lo fisso allibita, mi fanno male i bicipiti talmente stringe “Mi fai male!”
Stringe più forte e sento il dolore diventare più intenso “DOVE. CAZZO. DEVI. ANDARE???” sibila spaventandomi molto di più che se mi avesse urlato contro.
Spalanco gli occhi confusa e impaurita ” A casa?” domando invece di rispondere.
Stende le braccia allontanandomi da lui  ma non smette di stringere, anzi! Posso quasi sentire i lividi che si formano sotto la pressione delle sue dita. Mi tiene così e mi guarda. Vedo i pensieri scorrere nei suoi occhi scuri ma non riesco a decifrarne nessuno.
Alla fine mi tira a se e finalmente lascia la presa sulle mie braccia. Mi abbraccia affondando il viso nei miei capelli “Non andartene” mormora “non sono ancora pronto. Resta con me”
Sono allibita! Mi sta praticamente pregando “Un altra notte” sussurra ancora più piano ” Solo una” mi accarezza la schiena e smetto di pensare “Ti scongiuro.”
“OK”
Qualunque cosa gli offuscasse lo sguardo svanisce lasciando il posto a un sorriso abbagliante. Mi accarezza le labbra con le dita “Ti adoro, sai?”
Assaggia la mia bocca lento e dolce. Mugolo di piacere mentre schiudo le labbra per lasciarmi invadere. Il modo deciso e possessivo con cui la sua lingua reclama la mia bocca mi fa andare completamente via di testa. Mi sciolgo tra le sue braccia.
Scoppia a ridere. Mi prende per mano “Doccia” si porta il mio palmo alle labbra e vi deposita un bacio “Con me.” Annuisco ridendo e lo seguo docile verso la doccia.
Apre l’acqua calda e si gira a guardarmi “Adesso ti lavo” ma il suo sguardo promette tutt’altro “Poi voglio portarti in un posto.” Mi spinge sotto l’acqua e l’istante dopo mi segue con un sorriso perfido.
Eccolo, il mio predatore!

 

 

Caffè?

Il sesso sfrenato è estremamente piacevole ma decisamente sfiancante. Mi stropiccio gli occhi confusa, devo essere crollata ancora immersa tra le sue braccia…quel suo modo di accarezzarmi, ecco, dev’essere stato quello. Ricordo le sue mani muoversi lente sulla mia pelle. Ricordo il suo sorriso. E poi buio.
Ora al posto delle sue braccia mi ritrovo avvolta dalla calda stretta delle morbide coperte. Mi godo il tepore confortante che regalano mentre mi stiracchio e mi guardo attorno. Ha portato una poltrona davanti al letto, una tazza fumante e il suo laptop sono posati su un tavolino basso davanti a lui (non mi ricordo di averlo visto ieri, sembra che in questa stanza i mobili compaiano per magia). Ha le dita allacciate davanti alla sua splendida bocca e guarda corrucciato qualcosa sullo schermo del portatile. Passerei l’intera giornata a guardarlo, dio sono proprio partita!

Poterlo ammirare mentre è concentrato su qualcosa di diverso da me mi piace molto, mi sembra di poterlo vedere davvero: vedere il predatore preda sazio e rilassato, immerso nel suo habitat naturale. Alza lo sguardo e mi becca in pieno a guardarlo. Spavalda  lo tengo fisso nel suo, probabilmente mentre sulla mia faccia passano tutte le gradazioni possibili di rosso. Si raddrizza sulla poltrona mentre chiude il PC, accavalla le gambe muscolose rilassandosi contro lo schienale e tiene gli occhi puntati nei miei. Ok, ok è una guerra che non sono ancora in grado di vincere: basta che lui faccia un sorrisino lascivo e si lecchi appena le labbra perché a me torni in mente tutto ciò che mi ha fatto ieri sera…. e stanotte…. e stamattina. La mia faccia passa dal rosso al porpora e distolgo lo sguardo mossa da un ipocrita senso del pudore che decide di venir fuori all’improvviso.
Scoppia a ridere e io sorrido di riflesso, mi piace vederlo così.
“Buongiorno piccola” si alza e sparisce nell’oscurità in fondo alla stanza, riappare subito con una tazza fumante tra le mani   “Caffè?”
Oh mio dio, penso, siiii.
Pagherei oro per un caffè.
Saranno almeno due o tre ore che il mio corpo non riceve caffeina e io vivo di questa fantastica sostanza dannosa!
Lo guardo come se fosse uno spacciatore e io una tossica in astinenza: “Si. Grazie” sussurro mentre in realtà penso “caffè, caffè, caffè, caffè, mamma quanto è sexy, caffè.”
“Vienilo a prendere piccola” e si allontana di un paio di passi dal letto.
Corrugo la fronte perplessa, non capisco. Scendo dal letto lentamente, dio santo ho male dappertutto, mi avvolgo attorno alle lenzuola e con uno sforzo titanico mi metto in piedi.
“No. No.” mi riprende “senza”
“Senza?” lo guardo con la stessa perspicacia di un pesce lesso “Senza cosa?”
“Vuoi il caffè?”
“Si” faccio un passo nella sua direzione ma lui si allontana e mi rimbrotta “NO!”
Resto ferma impalata a un passo dal letto e a troppi dal tanto agognato caffè chiedendomi cosa diavolo voglia adesso. Io voglio solo il mio dannatissimo caffè. Lo guardo in cagnesco.
“Se vuoi il caffè devi venire a prenderlo senza” pausa con sorrisino malefico “nulla addosso”
Ok se prima ero allibita e con la faccia da pesce lesso ora credo di essere, beh qualsiasi cosa ci sia di superiore a questo!
Il mio sguardo corre verso il fondo della stanza, lui lo segue e concede sornione “Si certo” beve un sorso di caffè, anzi del MIO caffè “Puoi sempre andartene a prenderne dell’altro…se non hai coraggio”
Detesto le sfide al mio orgoglio: raddrizzo le spalle, punto lo sguardo dritto nel suo – Al diavolo – penso, apro le dita e le lenzuola cadono ai miei piedi lasciandomi completamente nuda davanti a lui.  Mi muovo verso di lui con passo sicuro. Quello che vede deve piacergli parecchio dato che i suoi pantaloni sembrano gonfiarsi all’improvviso – E adesso all’attacco – mi dico.
Mi fermo di fronte a lui.
La mia mano scivola lungo quel corpo sodo in una carezza sensuale fino a trovare quello strepitoso rigonfiamento. Lo accarezzo per tutta la sua lunghezza e questo lo fa tremare. Continuo a toccarlo con carezze sempre più intense e decise. La stoffa dei pantaloni unica barriera tra noi. Aumento ancora l’intensità finché sento il suo respiro spezzarsi.
“Posso avere il mio caffè…adesso”
Mi afferra una spalla e mi spinge verso il basso.
“No… puoi avere qualcosa di molto meglio piccola”
Mi inginocchio davanti a lui…il caffè completamente dimenticato!