Le scarpe rosse

La luce dei lampioni colpisce la vietta acciottolata del centro donandole un’atmosfera calda e intima. Il silenzio della notte, tra questi antichi vicoli tortuosi, è rotto solo dal rumore dei miei tacchi. Abbasso gli occhi guardando le bellissime scarpe che indosso e ancora non ci credo. Sono quelle che il mio amico Federico definirebbe scarpe da sesso: i nastri di raso avvolgono le mie caviglie accarezzandole ad ogni passo,  il tacco sottile e altissimo – esattamente come piace a me – mi fa sentire sensuale e bellissima, la vernice rossa le rende infinitamente erotiche. Un sorrisino idiota mi spunta mentre ripenso a poche ore fa.

Coperta da un asciugamano fumo una sigaretta sul balcone della stanza dopo la doccia, che ovviamente si è trasformata in uno sbranarsi reciproco, mentre lui si sposta canticchiando per la stanza.
Ha attaccato il mio ipod alle casse dell’impianto audio e lo sta lasciando girare in modalità casuale, ha detto che è curioso di sapere che cosa ascolto perché, dice,  la musica che mi piace svela molto di me.
La ballata dei Guns n’ Roses finisce e l’attimo dopo suonanole prime note di una bellissima canzone di Alex Britti. Chiudo gli occhi e aspiro il fumo della sigaretta, è uno dei miei pezzi preferiti “Guardami toccami stringimi regalami un istante tra quelli nostri più intensi un attimo importante, fammi sorridere abbracciami, rendimi felice, come quell’uomo che ama ma che non lo dice.” Canto  sottovoce finché percepisco un movimento vicino a me. Apro gli occhi smettendo all’istante. Lui è li davanti a me, bellissimo  nei suoi pantaloni scuri e camicia bianca. Si accende una sigaretta presa dal mio pacchetto “Canti spesso?”
“No”
“Perché?”
“Non amo la mia voce”
“Mmmm.. mi sembra di aver capito che sono molte le cose di te che non ami”
Resto zitta non avendo voglia di ammettere che è esattamente così.
“Sai questo dice molto di te”
“Se lo dici tu”
“Dovresti credere di più in te stessa sai?”
“Si. Forse” Non mi piace l’argomento. Butto fuori il fumo e spengo la sigaretta nel posacenere. “E’ meglio che mi vesta.” Rientro sentendo il suo sguardo indagatore sulla schiena.
Dove diavolo ho lasciato la borsa con le mie cose? mi domando guardandomi in giro per la stanza.
Il rumore della finestra che si chiude mi avvisa che siamo di nuovo nello stesso spazio e, come al solito, tutta l’aria sembra venire risucchiata dai miei polmoni. Dannazione dove si è cacciata quella maledetta borsa, ho bisogno di vestirmi! Adesso!
“Le tue cose le ho date alla cameriera”
Mi giro guardandolo allibita.
Almeno ha il buon senso di fingersi incerto rispetto alla sua decisione.
“Pensavo ti facesse piacere”
Ok ora mi sto decisamente alterando. Cosa esattamente dovrebbe farmi piacere? Che una sconosciuta abbia la mia roba? O non avere nulla da indossare? Oppure che lui abbia deciso senza dirmi nulla? Lo guardo in cagnesco: tiene lo sguardo basso e si strofina la mano sui pantaloni. Sembra quasi in difficoltà e mi viene ridere. Così la rabbia scema un po e mi limito a chiedere: “Perché?”
“Pensavo ti facesse piacere”
“Cosa?”
“Che te li rinfrescasse”
Rinfrescasse? Lo guardo come se non sapessi chi è. Ma come diavolo parla? Manco fossimo  nel Medioevo i signori del castello con la servitù a soddisfare i nostri capricci da privilegiati. Sospiro frustrata ricacciando indietro una risposta acida sul suo modo di esprimersi.
“E quando potrò riavere le mie cose?”
“Domani”
“Domani???” ok ora sono davvero furiosa “Stai scherzando vero?”
“No”
Lo fulmino con lo sguardo “E secondo te io dovrei stare nuda fino a domani?”
Sono così arrabbiata che non riesco nemmeno a pensare. E se avessi voluto andarmene? Senza contare poi la questione del mio bellissimo vestito che lo stronzo qui ha fatto volare giù dalle scale ieri sera e chissà ora dove sarà!
Mi guardo intorno sperando di trovare qualcuno dei miei vestiti miracolosamente per terra ma, ovviamente, non c’è nulla.
Stringo i pugni combattendo l’impulso di urlare.
“Beh…non è che sia una brutta idea sai?”
“Cosa?” di cosa cazzo parla adesso?
“Che tu stia nuda”
“Tu sei fuori di testa” sibilo.
Da sotto il letto spunta un lembo della camicia che indossava ieri; visto che non ho alternative vedrò di farmela andare bene. Lascio cadere l’asciugamano e mi infilo nel morbido cotone, ha ancora il suo odore.
“Sei bellissima”  non riesce a togliere lo sguardo dal mio corpo.
Con qualcosa addosso mi sento un po meglio e, invece di insultarlo, gli concedo un mezzo sorriso. Questa mia improvvisa clemenza mi preoccupa, di solito lascio che la mia rabbia esploda in tutta la sua potenza, ma con lui mi sento inspiegabilmente tollerante. Sono confusa.
Si avvicina ma non sembra più sicuro come prima. Ogni passo si ferma e mi guarda come se aspettasse la mia autorizzazione.
Finisco di allacciare i bottoni e crollo seduta sul letto. M’infilo le mani nei capelli e cerco di chiudermi in me stessa.I pensieri frullano nel cervello in un vortice indistinto, ho bisogno di recuperare il controllo.
E le mie cose. Non averle mi fa sentire scoperta, indifesa e vulnerabile.
E di nuovo voglio piangere.
“Piccola” è in ginocchio davanti a me e cerca di scostare la tenda dei miei capelli per guardarmi negli occhi. Spingo i palmi contro le palpebre e mi stringo di più su me stessa. Ho bisogno un attimo di solitudine, maledizione!
“Piccola, ti prego” mi abbraccia trascinandomi sul letto
“Parlami” Mi accarezza e mi bacia ovunque cercando disperatamente una mia reazione.
Ma io non sono pronta. Ho bisogno di me. Cerco di andare più a fondo nella mia anima e ritrovare una briciola di autocontrollo. Mi rendo conto che questo crollo non può essere dovuto solo alla scomparsa dei vestiti.
Troppe emozioni. Poco cibo. Troppo alcool. Poco sonno. E poi.. tutto quel sesso.
Troppe, troppe cose tutte insieme. Tutte così intense e assurde. Le lacrime mi scorrono tra le dita.
Alla fine la mancanza dei vestiti è la goccia che fa crollare tutto e finalmente scoppio a piangere.
Forse capisce o forse semplicemente non sa cos’altro fare: mi stringe tra le braccia e mi culla senza dirmi nulla.
Dopo qualche minuto smetto di singhiozzare lasciando semplicemente che le ultime lacrime mi scivolino sulle guance e giù per il collo. Quando finalmente smetto del tutto mi scosta i capelli scoprendo i miei occhi arrossati e gonfi. Bacia delicatamente prima uno “Piccola” poi l’altro “Sei un disastro”
Scoppio mio malgrado in una risatina sommessa.
La tensione si scioglie subito e lui mi avvolge di nuovo tra le braccia. Con la testa sulla sua spalla, la sua camicia addosso e le sue braccia che mi stringo ritrovo il mio equilibrio e mi calmo del tutto.
Ho le palpebre pesanti e vorrei dormire ma il mio stomaco non dev’essere del tutto d’accordo visto che improvvisamente brontola.
“Hai fame tesoro?” guarda l’orologio d’acciaio al polso “é da un sacco di tempo che non mangi”
“Sono stanca” mi posiziono meglio tra le sue braccia.
“Devi mangiare”
“Dopo”
“Non se ne parla” scioglie l’abbraccio alzandosi. Mi prende per le gambe e mi trascina giù dal letto “E poi voglio portarti in un posto”
“Non ho nessuna intenzione di uscire da qui” replico incrociando le braccia sotto il seno.
“Ohhh lo farai eccome principessa”
“Tu sei fuori di testa”
Ed eccoci di nuovo a litigare, penso.
“Io voglio portarti in un posto e tu ci verrai. Puoi solo scegliere se venirci sulle tue splendide gambe oppure posso mettermi il tuo bel culo in spalla e trascinartici così”
Cerco di capire se sta scherzando o se fa sul serio, non può davvero pensare che accetti di uscire da qui a mala pena coperta da una camicia bianca! E’ sicuramente un bluff.
“Non ho nessuna intenzione di muovermi da qui!”
Veloce come il lampo si lancia su di me e l’istante dopo mi ritrovo a testa in giù a guardare il suo sedere. La camicia cede alle leggi di gravità e mi ritrovo sulla sua spalla col culo scoperto. S’incammina verso la porta assestandomi una sonora sculacciata.
“Mettimi giù!”
“Solo se ubbidisci”
“Nemmeno se paghi. Mettimi giù!”
“Allora…” altro passo verso la porta e altra sculacciata. Più forte della precedente.
Il sedere mi brucia da impazzire. Fa un altro passo ma prima che possa colpirmi mi arrendo “Ok. Ok. Obbedisco. Mettimi giù adesso”
Mi posa a terra dolcemente, come se pesassi pochi grammi e non tutti i miei cinquantaquattro chili. Quando si rimette in piedi ne approfitta per strusciarmisi addosso e farmi sentire quanto questo gioco lo abbia divertito.
Basta questo contatto perché il mio corpo reagisca e sia pronto per lui. Capisce all’istante e si fionda in avanti. Allargo le gambe pronta e mentre la sua lingua s’impossessa della mia bocca le sue dita mi possiedono decise. Non c’è tenerezza ne pietà nel suo tocco. Imperioso e sicuro mi allarga e esplora. In un attimo sono sua e urlo nella sua bocca mentre vengo sulla sua mano.
Resta dentro di me rallentando il tocco finché non smetto di tremare.
Tanto è stato duro nel prendermi quanto è delicato adesso mentre sfila le dita una alla volta. Se le porta alle labbra e, guardandomi dritto negli occhi, le succhia. “Sei proprio buona”
Poi mi bacia, il mio sapore sulla sua lingua mi piace.
“E adesso preparati” sussurra sulle mie labbra “Voglio portarti in quel posto che ti ho detto”
“Ma i miei vestiti li hai dati alla cameriera”
“E allora?”
“Non posso uscire così” gli indico la camicia sgualcita, mezza sbottonata e bagnata dal mio orgasmo
“Sei bellissima così” replica. Per un istante infinito penso che stia davvero per chiedermi di uscire in quelle condizioni  ma poi mi prende per mano e mi trascina nell’angolo della stanza dove c’era il tavolo con la colazione. La colazione non c’è più ovviamente, visto che ormai sono le otto di sera. Il piano del tavolo è invece occupato da due enormi pacchi ricoperti di una carta argentata a strisce nere e chiuse da un nastro dello stesso colore che termina in un maestoso fiocco. Guardo i pacchi e guardo lui. Guardo di nuovo i pacchi. E poi di nuovo lui. Non capisco.Quando li ha portati qui? Ma soprattutto chi li ha portati dato che lui è sempre stato con me? Ho dormito così tanto da non accorgermi della sua assenza?
Irrompe nei miei pensieri “Sono per te” dice “Aprili”
Incapace di dire alcun che, scarto i regali facendo attenzione a non rompere la carta…

 

E ora eccomi qui a camminare per le vie del centro, diretta chissà dove, con indosso uno spettacolare vestito di pizzo nero che lascia la schiena scoperta e le più belle scarpe che abbia mai avuto. Ma soprattutto con l’uomo più sorprendente che io abbia mai conosciuto, che cammina al mio fianco tenendomi la mano.

 

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