Finzione

Di nuovo al bancone, seduta tra loro tre che mi guardano come se fossi appena sbarcata da un astronave aliena, fingo indifferenza nascondendomi dietro al mio whisky.
“Allora” chiedo come se nulla fosse accaduto “volete dirmi come finisce sta storia oppure no?”
Dopo un attimo di silenzio perplesso, tutti e tre ricominciano a parlare contemporaneamente.
“Ehi, ehi” li riprendo sorridendo “Uno per volta per favore, così non capisco nulla”
Visibilmente rilassati per la mia apparente impermeabilità a quanto appena accaduto riescono finalmente a raccontarmi, un po per uno, l’intera vicenda: la “fuga” in macchina alla ricerca di pace e solitudine, l’arrivo in questo posto magico e dimenticato dagli dei e di Mike che a causa dell’appuntamento saltato perde un grosso affare e il posto di lavoro. Il racconto prosegue tra risate e commozione e così vengo a sapere di come Jonathan sia partito alla ricerca di Steve per salvarlo dalle grinfie di Mike che era deciso a scovarlo e prenderlo a calci per avergli fatto perdere tutto, di come, inspiegabilmente, i tre si siano ritrovati qui, di come si siano messi a litigare e come questa lite si sia infine trasformata in una collettiva sbronza epocale. E infine mi raccontano come in preda alla sbronza avevano deciso di sfidarsi ad una prova di coraggio per decidere chi tra i tre era più uomo degli altri ( che poi nemmeno loro sanno come cavolo erano arrivati dal volersi prendere a pugni a voler stabilire un’assurdità del genere) e quindi avevano deciso di esplorare quello che gli abitanti del posto chiamavano “il salto dei dannati” ovvero una centrale idroelettrica abbandonata e decadente da anni utilizzata solo dai pochi tossici della zona e dagli aspiranti suicidi di tutta la regione che arrivavano fin li per mettere fine ai loro tormenti con un ultimo pauroso salto oltre il ponte.
Così erano arrivati fino alla centrale in una notte di luna piena ma, invece di rimanere terrorizzati dal luogo spettrale e dalla sua tragica nomea, quei tre, probabilmente complice l’annebbiamento dato dall’alcool, erano rimasti incantati da quel posto: il rumore dell’acqua che scorreva, la luce di luna e stelle che illuminavano il cielo e si riflettevano sull’acqua come infinite candele, l’immenso prato e al centro lo spettrale splendore di quella costruzione dimenticata.
Vanno avanti a parlare per ore di come da quel giorno le loro vite siano cambiate e di come trasformarono quel posto in quello che oggi, scopro, è uno dei locali più alla moda di tutto il nord Italia.
Sorseggio il mio whisky fingendo di ascoltare. In realtà l’adrenalina sta abbandonando il mio corpo e mi scopro davvero scossa per il match con la bionda.
Stringo il bicchiere con entrambe le mani per nascondere il tremore che le agita e la voglia di fumare una sigaretta da sola, nel freddo buoi della notte, s’impossessa di me.
Voglio andarmene. Voglio andarmene adesso.
Lo guardo: in mezzo ai suoi amici, rilassato e divertito con quel sorriso sexy da morire che gli illumina anche gli occhi.
Ride quando Steve se ne esce con una battuta su Mike e qualcosa che combinò anni fa.
Ride e io sento gli occhi riempirsi di lacrime.

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