Sconfitte

“Quando perdi,  non perdere la lezione”
Dalai Lama

Getto un’ultimo sguardo alla sigaretta che brucia i suoi ultimi istanti prima di spegnersi definitivamente.La butto e penso che in fondo è un’ottima metafora di ciò che è la vita: pochi ardenti istanti di passioni brucianti prima dell’eterno, inevitabile, gelo perenne!
Scuoto la testa sforzandomi di sorridere: da quando sono diventata così malinconica e drammatica?
Ingurgito un’ultima boccata di aria fresca prima di rientrare. La porta si schiude sotto la mia spinta permettendo al rumore di sfuggire alla sua prigione di mattoni riversandosi nella pace del lago.
Un colpo di tosse secco mi fa voltare all’improvviso e lascio la presa sulla porta che si richiude con un tonfo alle mie spalle. Il buio e il silenzio sembrano essere le uniche presenze li fuori ma poi percepisco qualcosa che si muove tra le ombre,  stringo gli occhi cercando di vedere meglio mentre una figura si muove nella notte. Il mio cuore batte impazzito mentre si avvicina fino a mostrarsi nella pozza di luce creata da una lanterna.
La bionda appare in tutto il suo odioso splendore: mani sui fianchi, schiena dritta e uno sguardo carico d’odio non fanno presagire nulla di buono.
Mi basterebbe girarmi e aprire la porta per essere in un lampo al sicuro dentro al locale. Un sorrisino beffardo le taglia il viso quando con la testa mi indica la porta: mi sta suggerendo di scappare la stronza!

Raddrizzo le spalle e con gli occhi piantati dritti nei suoi le vado incontro finché la pozza di luce non avvolge entrambe.
“Bene, bene” il suono della sua voce alimenta la mia rabbia “chi si rivede”
incrocio le braccia al petto e resto a guardarla mentre si avvicina ancora di più.
Ora siamo a pochi centimetri di distanza l’una dall’altra. La tensione ci circonda rendendo l’aria pesante e irrespirabile. Nessuna delle due dice nulla e per un po restiamo a osservarci in silenzio.
Percepisco un movimento appena fuori dal cerchio di luce in cui ci troviamo, probabilmente l’amica con cui era al locale.
Due contro una…la cosa si fa interessante e sorrido mio malgrado.
“Lo trovi divertente?” mi vomita addosso acida
Continuo a sorridere guardandola. Il corpo teso come un radar a cogliere qualunque movimento nell’ombra dell’altra.
“Cos’è non parli più?” mi provoca “Adesso che non hai il trio meraviglia a proteggerti non fai più tanto la sbruffona vero?”
Inarco un sopracciglio ma continuo a restare in silenzio.

Non so perché mi viene in mente quando avevo quindici anni e trascorrevo le mie giornate chiusa in quel maledetto collegio sentendomi sola ed emarginata. Tutte le ragazze che stavano li dentro sembravano dei perfetti modelli di bellezza misto bon ton appena vomitati dall’alta società: i capelli sempre a posto, gli abiti color pastello stirati perfettamente e tristi come il tè delle cinque, i sorrisi da rivista patinata anni ottanta. Mi ritrovavo spesso da sola in un angolo con la mia massa di capelli ribelli, il mio look punk rock e il sorriso impreciso,  a guardare fuori dalla finestra persa nei miei pensieri, fingendo di non sentire le risatine di derisione quando un gruppetto di quelle perfettine mi passava a fianco.
Un giorno mentre ero seduta sul davanzale della finestra immersa nell’ennesimo libro in un salone deserto , sentii un gran trambusto: la direttrice percorreva a grandi passi il corridoio diretta verso di me, trascinando per il gomito un fagotto scomposto, colorato e urlante.
Chiusi il libro curiosa. La direttrice mi fece un cenno con la testa e quasi lanciò il mucchietto urlante nella mia direzione “Tieni, ti ho trovato una compagna degna di te. Avanti di questo passo è non saremo più un istituto prestigioso ma un rifugio per rifiuti sociali come voi ” si girò e usci fuori dal salone in un fruscio di gonne inamidate “Dove finiremo di questo passo!” fu l’ultima cosa che disse prima di sparire in fondo al corridoio.
Mi misi in ginocchio davanti a quell’ammasso  urlante e dopo aver scostato una quantità infinita di spettinatissimi capelli rossi mi ritrovai davanti agli occhi più azzurri e divertiti che avessi mai visto: “La signorina Rottermeier a confronto di questa è un angelo del Paradiso!”  un attimo dopo ci trovammo tutte e due  sul pavimento a ridere.
Non ridevamo tanto per la battuta (pessima tra l’altro) quanto per il sollievo e il conforto all’idea di aver trovato qualcuno di simile con cui condividere il tempo in quel girone infernale delle buone maniere!
Da allora io e Stefy diventammo inseparabili: io le svelai tutti i segreti su quel covo di serpi ben vestite e lei mi insegnò a combattere e non farmi più umiliare.
In poco tempo la nostra unione spavalda aveva conquistato le più insoddisfatte delle reginette del bon ton e il nostro gruppo era via via cresciuto fino a contare dieci teste calde sempre in cerca di guai.
Con lei  e le altre avevo finalmente trovato la forza di reagire. Imparato a lottare…

“Hai capito quello che ti ho detto?”
Il tono perentorio e minaccioso della bionda mi riporta al presente e mi accorgo di non averla proprio ascoltata.
“Puoi ripetere scusa?” mi fingo perplessa e sorpresa sperando che la tizia in piedi davanti a me rispecchi lo stereotipo delle bionde rifatte e, non godendo di troppa intelligenza, cada nel mio bluff.
“Ti. Ho. Detto” Scandisce le parole picchiettando a ritmo l’indice smaltato sulla mia spalla “Che. Devi. Stare. Lontana. Da. Loro. E. Da. Questo. Posto”
Mentre guardo allibita il suo dito allontanarsi finalmente da me, non so se ridere o prenderla direttamente a schiaffi. Ma fa sul serio questa tizia mi chiedo.
Poi un pensiero mi esplode in testa: forse non è necessario chiedere a Lui ciò che voglio sapere…forse posso convincere a parlare lei. Reprimo la voglia di prenderla a calci e la sfido ” E perché dovrei accontentarti? Sentiamo”
“Questa è casa mia. E loro sono miei. Ti è chiaro questo o te lo devo spiegare con un disegno?”
“Tuoi??” non riesco a trattenere una risata
“lo trovi divertente” mi spintona ” Si sono miei. E non permetto a nessuno di prendere ciò che è mio!”
Decido di non reagire. Aspetta la mia mossa. Butto fuori la domanda a bruciapelo” E com’è che sono diventati tuoi?”

“Non sono affari che ti riguardano”
“Bhe tesoro se vuoi che io tolga il disturbo e ti lasci il campo, voglio almeno sapere il perché. In caso contrario rassegnati alla mia presenza”
Evidentemente prende le mie parole come una disposizione alla resa visto che dopo qualche minuto di silenzio mi spiega “Questo è il locale più bello della regione e fa soldi a palate. Io voglio essere la sua regina e per farlo devo essere la loro regina”
Tra tutte le cose che mi aspettavo di sentire questa …..no questa davvero no!
La guardo scioccata incerta se credergli o meno. Ma la sua espressione è troppo seria e lei troppo arrabbiata per pensare che sia tutto uno scherzo “Ma dici sul serio?” sono allibita.
“Tu non sai nulla di me” urla paonazza “Non permetterti di giudicarmi”
La situazione è così assurda che per un attimo mi sono dimenticata della sua amica nascosta nell’ombra. Mi sento afferrare le braccia e tirare. In un secondo mi ritrovo i polsi ammanettati dietro la schiena.
“Ma che cazzo fat…” uno schiaffo mi colpisce in pieno volto.
“Adesso regoliamo i conti”  grida la bionda prima di colpirmi di nuovo.
Sento un labbro che si spacca quando la sua mano si abbatte sulla mia faccia, il sapore del sangue mi invade la bocca. Vorrei sputare ma resisto alla tentazione e inghiottisco uno schifoso boccone fatto di orgoglio ferito, rabbia, saliva e sangue.
Tengo lo sguardo incollato su di lei mentre con le dita tasto le manette cercando di trovare  il meccanismo che le sblocca, considerato che non credo siano due poliziotte ho dedotto che quelle che mi tengono prigioniere devono essere delle manette giocattolo.
Con mio enorme stupore ad un certo punto sento sotto le mie dita qualcosa di morbido e peloso e capisco di essere ammanettata da quei ridicoli aggeggi ricoperti di pelo (scommetterei che è rosa in questo caso!) che  vendono nei sexy shop. Scoppio a ridere all’idea e questo mi fa guadagnare l’ennesimo schiaffo.
Il labbro si gonfia ulteriormente e il sangue scorre caldo sul mento.
La sua amica mi strattona per le manette facendomi sfuggire la presa sul meccanismo che avevo appena trovato e la bionda mi sferra un pugno dritto nello stomaco.
Mi piego su me stessa sentendo l’aria che esce dai polmoni. Nonostante il dolore e la sorpresa per l’attacco inaspettato riesco a non emettere nemmeno un verso.
Riesco a raddrizzarmi giusto un secondo prima che lei mi sia addosso. Mi afferra per i capelli e mi preparo all’ennesimo schiaffo guardandola dritta negli occhi.

Un urlo rompe la notte.
Lei e la sua amica si guardano poi mollano all’improvviso la presa su di me e un secondo dopo sono di nuovo sparite nella notte.

Le grida della donna uscita dal locale devono avere attirato altri, sento la porta del locale che si apre e chiude più volte lasciando che la musica riempia a ondate il silenzio della notte.
Più che vedere percepisco la folla di persone che lentamente si raduna attorno a me.

Un umiliazione devastante mi colpisce in pieno petto
Mi lascio cadere sulle ginocchia e mentre lacrime di frustrazione, rabbia e dolore mi scivolano sulle guance, trovo finalmente il meccanismo di apertura di quei dannati affari.

Ma appena prima che io possa liberarmi sento il suo urlo disperato “No! No! NO!” e l’attimo dopo mi ritrovo circondata dalle sue braccia.
Delicatamente mi libera i polsi mentre affondo il viso nel suo collo e mi lascio andare ad un pianto dirotto.

Mi solleva tra le braccia e mi porta verso l’interno del locale. Sento Steve e Mike che urlano alla gente che il locale è chiuso.

So che gli occhi di tutti sono puntati su di noi.

Affondo ancora di più nella sua pelle e piango.
La porta si chiude alle sue spalle.

Nel locale non c’è più rumore.

Solo il suono dei miei singhiozzi disperati

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