Inquietudine

Come gran parte dei momenti nostalgia, il racconto della nascita della “Centrale” ha riportato i tre nel passato ed ora, tra una bevuta e l’altra, si stanno praticamente sfidando a chi tira fuori dal cilindro dei ricordi l’aneddoto più divertente sulla loro amicizia. Sono così presi dalle loro storie che non mi danno troppa attenzione quando dico che devo andare in bagno e mi allontano; ma invece di dirigermi alla toilette guadagno l’uscita senza che loro si accorgano. L’aria della notte è sempre più fredda e mi fa rabbrividire. Appoggiata al muro accendo la sigaretta: la prima boccata mi calma e mi schiarisce le idee.
Ripenso allo scontro con la bionda e a tutto quello che ha detto. E’ evidente che tra lei e lo stronzo ci sia stato qualcosa, mi chiedo se non ci sia ancora.
Certo le sue frecciatine a Steve e Mike hanno  lasciato intendere che anche con loro in passato ci sia stato un rapporto più stretto ma alla fine lei è venuta qui cercando solo Lui.
Perché?
E perché Steve le ha proibito l’accesso al locale?
Chi era l’altra donna con lei e come ha fatto a sapere che lui era qui? A parte quando è venuto a prendermi in stazione e l’uscita al ristorante (oddio mi sembrano passati secoli da quella sera) non abbiamo praticamente mai lasciato la stanza dell’albergo.
O no? In effetti lui è uscito più volte dalla camera dicendo di dover fare delle telefonate di lavoro, ma ora che ci penso è uscito anche per rispondere a delle telefonate! Saranno state sempre di lavoro? O magari chiamava lei?
Ma perché avrebbe dovuto chiamarla? Non ha alcun senso logico no?
Certo, pensandoci meglio, Lui è pure riuscito a ordinare del cibo e mandare i miei vestiti a lavare, e tutto mentre io dormivo senza accorgermi di nulla. Magari ha fatto anche altro no? Magari ha visto la bionda o la sua amica.

Finisco la sigaretta e me ne accendo subito un altra. Non ho voglia di rientrare.

Le domande si insinuano nel mio cervello: continue, illogiche, incontrollabili.

Vorrei farle a Lui ma in fondo mi continuo a ripetere che non ne ho alcun diritto.

Chi sono io per potergli chiedere risposte? Ci frequentiamo si e no da due giorni praticamente.

Non mi spiego questa paura ne tanto meno l’inquietudine che sento scorrermi nelle vene.

Cerco di svuotare la mente. Do un altro tiro alla sigaretta: il fumo rotola nella mia bocca.
I minuti passano mentre mi perdo guardando le volute di fumo che si intrecciano giocose prima di svanire nel buio. Penso che sia incredibile che una cosa così tossica e dannosa possa creare dei ricami così belli.

Nella mia mente finalmente vuota all’improvviso, come un cartello luminoso accesosi inaspettatamente nel buio più totale, emerge la domanda che da un senso a tutto il mio disagio: io sarò la prossima “bionda”? Scopata e abbandonata? Destinata a piazzare delle sentinelle che mi avvisino del suo arrivo? Condannata a fargli umiliate piazzate nei locali solo per avere un briciolo di quell’attenzione di cui ormai sono drogata e dipendente?

La sigaretta mi brucia le dita, la lascio cadere a terra e l’improvviso lieve dolore sulla pelle mi distoglie per un attimo dal mio tormento.

La ritrovata lucidità mi permette di cogliere un rumore improvviso nel silenzio della notte.

Forse, in fondo, non è stata una buona idea uscire da sola in mezzo a questo nulla!

Finzione

Di nuovo al bancone, seduta tra loro tre che mi guardano come se fossi appena sbarcata da un astronave aliena, fingo indifferenza nascondendomi dietro al mio whisky.
“Allora” chiedo come se nulla fosse accaduto “volete dirmi come finisce sta storia oppure no?”
Dopo un attimo di silenzio perplesso, tutti e tre ricominciano a parlare contemporaneamente.
“Ehi, ehi” li riprendo sorridendo “Uno per volta per favore, così non capisco nulla”
Visibilmente rilassati per la mia apparente impermeabilità a quanto appena accaduto riescono finalmente a raccontarmi, un po per uno, l’intera vicenda: la “fuga” in macchina alla ricerca di pace e solitudine, l’arrivo in questo posto magico e dimenticato dagli dei e di Mike che a causa dell’appuntamento saltato perde un grosso affare e il posto di lavoro. Il racconto prosegue tra risate e commozione e così vengo a sapere di come Jonathan sia partito alla ricerca di Steve per salvarlo dalle grinfie di Mike che era deciso a scovarlo e prenderlo a calci per avergli fatto perdere tutto, di come, inspiegabilmente, i tre si siano ritrovati qui, di come si siano messi a litigare e come questa lite si sia infine trasformata in una collettiva sbronza epocale. E infine mi raccontano come in preda alla sbronza avevano deciso di sfidarsi ad una prova di coraggio per decidere chi tra i tre era più uomo degli altri ( che poi nemmeno loro sanno come cavolo erano arrivati dal volersi prendere a pugni a voler stabilire un’assurdità del genere) e quindi avevano deciso di esplorare quello che gli abitanti del posto chiamavano “il salto dei dannati” ovvero una centrale idroelettrica abbandonata e decadente da anni utilizzata solo dai pochi tossici della zona e dagli aspiranti suicidi di tutta la regione che arrivavano fin li per mettere fine ai loro tormenti con un ultimo pauroso salto oltre il ponte.
Così erano arrivati fino alla centrale in una notte di luna piena ma, invece di rimanere terrorizzati dal luogo spettrale e dalla sua tragica nomea, quei tre, probabilmente complice l’annebbiamento dato dall’alcool, erano rimasti incantati da quel posto: il rumore dell’acqua che scorreva, la luce di luna e stelle che illuminavano il cielo e si riflettevano sull’acqua come infinite candele, l’immenso prato e al centro lo spettrale splendore di quella costruzione dimenticata.
Vanno avanti a parlare per ore di come da quel giorno le loro vite siano cambiate e di come trasformarono quel posto in quello che oggi, scopro, è uno dei locali più alla moda di tutto il nord Italia.
Sorseggio il mio whisky fingendo di ascoltare. In realtà l’adrenalina sta abbandonando il mio corpo e mi scopro davvero scossa per il match con la bionda.
Stringo il bicchiere con entrambe le mani per nascondere il tremore che le agita e la voglia di fumare una sigaretta da sola, nel freddo buoi della notte, s’impossessa di me.
Voglio andarmene. Voglio andarmene adesso.
Lo guardo: in mezzo ai suoi amici, rilassato e divertito con quel sorriso sexy da morire che gli illumina anche gli occhi.
Ride quando Steve se ne esce con una battuta su Mike e qualcosa che combinò anni fa.
Ride e io sento gli occhi riempirsi di lacrime.

Speranza

Tutta sua????
Mi vien voglia di ridere, se non fosse per il piccolo dettaglio che sono su tutte le furie. Davvero crede di potermi piantare in asso per fare il brillante con quattro bionde più gommose di una Friut Joy, con il neurone morto per le troppe ossigenature subite?
Bene, se questo è ciò che pensa non ha davvero capito un cazzo!
Mi irrigidisco e fingo indifferenza.  Appoggia una mano sulla mia schiena e lentamente mi accarezza fino al collo. E’ difficile fingere non calanche quando il tuo corpo traditore trema sotto il suo tocco, ma tengo lo sguardo fisso verso Miky e il suo bancone vintage futuristico, e cerco di darmi un tono sorseggiando il drink che mi è appena stato messo davanti.
E’ buono: ha un sapore amaro dato dal Whisky e delle note più dolci e fresche dovute non so a cosa. Ma soprattutto ha un fantastico color ambrato che non ha nulla a che vedere con quegli irritanti colori psichedelici che circolano nei bicchieri di  questo posto.
Thor, che all’apparizione dello stronzo pareva essere rimasto senza parole, ritrova improvvisamente le sue abilità linguistiche: “Ah ora si spiegano un sacco di cose”  sorride, alzandosi in tutta la sua bellissima imponenza. e lo travolge con un abbraccio spacca ossa.
La sua mano perde la presa sul mio collo e approfitto dell’inaspettato regalo per spostarmi al di fuori della sua portata slittando sullo sgabello successivo. Miky passa lo sguardo da me allo stronzo, sembra sul punto di dire qualcosa ma poi scuote la testa  e si avvicina a lui assestandogli una sonora pacca sulla schiena “E’ una vita che non ti fai vedere”.
Baci, abbracci e strette di mano si susseguono senza sosta, approfitto dell’attimo di distrazione dei tre per scivolare giù dallo sgabello e guadagnare l’uscita.
Appena la porta si chiude alle mie spalle mi fermo. Respiro a pieni polmoni l’aria fredda della notte nel tentativo di schiarirmi le idee. Cammino fino al lago, permettendo al rumore delle onde di entrarmi dentro e rilassarmi, proprio vicino alla sponda c’è uno di quegli angoli attrezzati con un braciere e i cuscini tutto attorno.
Seduta li, con la sigaretta accesa e il lago che trasmette il suo spettacolo solo per me mi sembra di ritrovare la pace e la tranquillità che mi servono per gestire questa situazione.
Dovrei alzarmi, tornare all’albergo, fare le valige e scappare da qui…da lui. Ma la verità è che una parte di me spera che lui venga a cercarmi perché, così, forse, potrei pensare che un po gli importa, che magari non sono stata solo una bella scopata. Che magari anche io le sono entrata dentro…almeno un pochino.
Butto la sigaretta tra la brace e mentre la guardo prendere fuoco penso che sono patetica.

Il calore della coperta che scende a coprirmi le spalle mi fa sussultare sorpresa. Mi giro trovandomelo davanti.
Il mio cuore manca un colpo.
E’ uscito a cercarmi.
Ricomincio a respirare e la speranza che non sia stato tutto un errore rinasce dentro di me.

 

Le scarpe rosse

La luce dei lampioni colpisce la vietta acciottolata del centro donandole un’atmosfera calda e intima. Il silenzio della notte, tra questi antichi vicoli tortuosi, è rotto solo dal rumore dei miei tacchi. Abbasso gli occhi guardando le bellissime scarpe che indosso e ancora non ci credo. Sono quelle che il mio amico Federico definirebbe scarpe da sesso: i nastri di raso avvolgono le mie caviglie accarezzandole ad ogni passo,  il tacco sottile e altissimo – esattamente come piace a me – mi fa sentire sensuale e bellissima, la vernice rossa le rende infinitamente erotiche. Un sorrisino idiota mi spunta mentre ripenso a poche ore fa.

Coperta da un asciugamano fumo una sigaretta sul balcone della stanza dopo la doccia, che ovviamente si è trasformata in uno sbranarsi reciproco, mentre lui si sposta canticchiando per la stanza.
Ha attaccato il mio ipod alle casse dell’impianto audio e lo sta lasciando girare in modalità casuale, ha detto che è curioso di sapere che cosa ascolto perché, dice,  la musica che mi piace svela molto di me.
La ballata dei Guns n’ Roses finisce e l’attimo dopo suonanole prime note di una bellissima canzone di Alex Britti. Chiudo gli occhi e aspiro il fumo della sigaretta, è uno dei miei pezzi preferiti “Guardami toccami stringimi regalami un istante tra quelli nostri più intensi un attimo importante, fammi sorridere abbracciami, rendimi felice, come quell’uomo che ama ma che non lo dice.” Canto  sottovoce finché percepisco un movimento vicino a me. Apro gli occhi smettendo all’istante. Lui è li davanti a me, bellissimo  nei suoi pantaloni scuri e camicia bianca. Si accende una sigaretta presa dal mio pacchetto “Canti spesso?”
“No”
“Perché?”
“Non amo la mia voce”
“Mmmm.. mi sembra di aver capito che sono molte le cose di te che non ami”
Resto zitta non avendo voglia di ammettere che è esattamente così.
“Sai questo dice molto di te”
“Se lo dici tu”
“Dovresti credere di più in te stessa sai?”
“Si. Forse” Non mi piace l’argomento. Butto fuori il fumo e spengo la sigaretta nel posacenere. “E’ meglio che mi vesta.” Rientro sentendo il suo sguardo indagatore sulla schiena.
Dove diavolo ho lasciato la borsa con le mie cose? mi domando guardandomi in giro per la stanza.
Il rumore della finestra che si chiude mi avvisa che siamo di nuovo nello stesso spazio e, come al solito, tutta l’aria sembra venire risucchiata dai miei polmoni. Dannazione dove si è cacciata quella maledetta borsa, ho bisogno di vestirmi! Adesso!
“Le tue cose le ho date alla cameriera”
Mi giro guardandolo allibita.
Almeno ha il buon senso di fingersi incerto rispetto alla sua decisione.
“Pensavo ti facesse piacere”
Ok ora mi sto decisamente alterando. Cosa esattamente dovrebbe farmi piacere? Che una sconosciuta abbia la mia roba? O non avere nulla da indossare? Oppure che lui abbia deciso senza dirmi nulla? Lo guardo in cagnesco: tiene lo sguardo basso e si strofina la mano sui pantaloni. Sembra quasi in difficoltà e mi viene ridere. Così la rabbia scema un po e mi limito a chiedere: “Perché?”
“Pensavo ti facesse piacere”
“Cosa?”
“Che te li rinfrescasse”
Rinfrescasse? Lo guardo come se non sapessi chi è. Ma come diavolo parla? Manco fossimo  nel Medioevo i signori del castello con la servitù a soddisfare i nostri capricci da privilegiati. Sospiro frustrata ricacciando indietro una risposta acida sul suo modo di esprimersi.
“E quando potrò riavere le mie cose?”
“Domani”
“Domani???” ok ora sono davvero furiosa “Stai scherzando vero?”
“No”
Lo fulmino con lo sguardo “E secondo te io dovrei stare nuda fino a domani?”
Sono così arrabbiata che non riesco nemmeno a pensare. E se avessi voluto andarmene? Senza contare poi la questione del mio bellissimo vestito che lo stronzo qui ha fatto volare giù dalle scale ieri sera e chissà ora dove sarà!
Mi guardo intorno sperando di trovare qualcuno dei miei vestiti miracolosamente per terra ma, ovviamente, non c’è nulla.
Stringo i pugni combattendo l’impulso di urlare.
“Beh…non è che sia una brutta idea sai?”
“Cosa?” di cosa cazzo parla adesso?
“Che tu stia nuda”
“Tu sei fuori di testa” sibilo.
Da sotto il letto spunta un lembo della camicia che indossava ieri; visto che non ho alternative vedrò di farmela andare bene. Lascio cadere l’asciugamano e mi infilo nel morbido cotone, ha ancora il suo odore.
“Sei bellissima”  non riesce a togliere lo sguardo dal mio corpo.
Con qualcosa addosso mi sento un po meglio e, invece di insultarlo, gli concedo un mezzo sorriso. Questa mia improvvisa clemenza mi preoccupa, di solito lascio che la mia rabbia esploda in tutta la sua potenza, ma con lui mi sento inspiegabilmente tollerante. Sono confusa.
Si avvicina ma non sembra più sicuro come prima. Ogni passo si ferma e mi guarda come se aspettasse la mia autorizzazione.
Finisco di allacciare i bottoni e crollo seduta sul letto. M’infilo le mani nei capelli e cerco di chiudermi in me stessa.I pensieri frullano nel cervello in un vortice indistinto, ho bisogno di recuperare il controllo.
E le mie cose. Non averle mi fa sentire scoperta, indifesa e vulnerabile.
E di nuovo voglio piangere.
“Piccola” è in ginocchio davanti a me e cerca di scostare la tenda dei miei capelli per guardarmi negli occhi. Spingo i palmi contro le palpebre e mi stringo di più su me stessa. Ho bisogno un attimo di solitudine, maledizione!
“Piccola, ti prego” mi abbraccia trascinandomi sul letto
“Parlami” Mi accarezza e mi bacia ovunque cercando disperatamente una mia reazione.
Ma io non sono pronta. Ho bisogno di me. Cerco di andare più a fondo nella mia anima e ritrovare una briciola di autocontrollo. Mi rendo conto che questo crollo non può essere dovuto solo alla scomparsa dei vestiti.
Troppe emozioni. Poco cibo. Troppo alcool. Poco sonno. E poi.. tutto quel sesso.
Troppe, troppe cose tutte insieme. Tutte così intense e assurde. Le lacrime mi scorrono tra le dita.
Alla fine la mancanza dei vestiti è la goccia che fa crollare tutto e finalmente scoppio a piangere.
Forse capisce o forse semplicemente non sa cos’altro fare: mi stringe tra le braccia e mi culla senza dirmi nulla.
Dopo qualche minuto smetto di singhiozzare lasciando semplicemente che le ultime lacrime mi scivolino sulle guance e giù per il collo. Quando finalmente smetto del tutto mi scosta i capelli scoprendo i miei occhi arrossati e gonfi. Bacia delicatamente prima uno “Piccola” poi l’altro “Sei un disastro”
Scoppio mio malgrado in una risatina sommessa.
La tensione si scioglie subito e lui mi avvolge di nuovo tra le braccia. Con la testa sulla sua spalla, la sua camicia addosso e le sue braccia che mi stringo ritrovo il mio equilibrio e mi calmo del tutto.
Ho le palpebre pesanti e vorrei dormire ma il mio stomaco non dev’essere del tutto d’accordo visto che improvvisamente brontola.
“Hai fame tesoro?” guarda l’orologio d’acciaio al polso “é da un sacco di tempo che non mangi”
“Sono stanca” mi posiziono meglio tra le sue braccia.
“Devi mangiare”
“Dopo”
“Non se ne parla” scioglie l’abbraccio alzandosi. Mi prende per le gambe e mi trascina giù dal letto “E poi voglio portarti in un posto”
“Non ho nessuna intenzione di uscire da qui” replico incrociando le braccia sotto il seno.
“Ohhh lo farai eccome principessa”
“Tu sei fuori di testa”
Ed eccoci di nuovo a litigare, penso.
“Io voglio portarti in un posto e tu ci verrai. Puoi solo scegliere se venirci sulle tue splendide gambe oppure posso mettermi il tuo bel culo in spalla e trascinartici così”
Cerco di capire se sta scherzando o se fa sul serio, non può davvero pensare che accetti di uscire da qui a mala pena coperta da una camicia bianca! E’ sicuramente un bluff.
“Non ho nessuna intenzione di muovermi da qui!”
Veloce come il lampo si lancia su di me e l’istante dopo mi ritrovo a testa in giù a guardare il suo sedere. La camicia cede alle leggi di gravità e mi ritrovo sulla sua spalla col culo scoperto. S’incammina verso la porta assestandomi una sonora sculacciata.
“Mettimi giù!”
“Solo se ubbidisci”
“Nemmeno se paghi. Mettimi giù!”
“Allora…” altro passo verso la porta e altra sculacciata. Più forte della precedente.
Il sedere mi brucia da impazzire. Fa un altro passo ma prima che possa colpirmi mi arrendo “Ok. Ok. Obbedisco. Mettimi giù adesso”
Mi posa a terra dolcemente, come se pesassi pochi grammi e non tutti i miei cinquantaquattro chili. Quando si rimette in piedi ne approfitta per strusciarmisi addosso e farmi sentire quanto questo gioco lo abbia divertito.
Basta questo contatto perché il mio corpo reagisca e sia pronto per lui. Capisce all’istante e si fionda in avanti. Allargo le gambe pronta e mentre la sua lingua s’impossessa della mia bocca le sue dita mi possiedono decise. Non c’è tenerezza ne pietà nel suo tocco. Imperioso e sicuro mi allarga e esplora. In un attimo sono sua e urlo nella sua bocca mentre vengo sulla sua mano.
Resta dentro di me rallentando il tocco finché non smetto di tremare.
Tanto è stato duro nel prendermi quanto è delicato adesso mentre sfila le dita una alla volta. Se le porta alle labbra e, guardandomi dritto negli occhi, le succhia. “Sei proprio buona”
Poi mi bacia, il mio sapore sulla sua lingua mi piace.
“E adesso preparati” sussurra sulle mie labbra “Voglio portarti in quel posto che ti ho detto”
“Ma i miei vestiti li hai dati alla cameriera”
“E allora?”
“Non posso uscire così” gli indico la camicia sgualcita, mezza sbottonata e bagnata dal mio orgasmo
“Sei bellissima così” replica. Per un istante infinito penso che stia davvero per chiedermi di uscire in quelle condizioni  ma poi mi prende per mano e mi trascina nell’angolo della stanza dove c’era il tavolo con la colazione. La colazione non c’è più ovviamente, visto che ormai sono le otto di sera. Il piano del tavolo è invece occupato da due enormi pacchi ricoperti di una carta argentata a strisce nere e chiuse da un nastro dello stesso colore che termina in un maestoso fiocco. Guardo i pacchi e guardo lui. Guardo di nuovo i pacchi. E poi di nuovo lui. Non capisco.Quando li ha portati qui? Ma soprattutto chi li ha portati dato che lui è sempre stato con me? Ho dormito così tanto da non accorgermi della sua assenza?
Irrompe nei miei pensieri “Sono per te” dice “Aprili”
Incapace di dire alcun che, scarto i regali facendo attenzione a non rompere la carta…

 

E ora eccomi qui a camminare per le vie del centro, diretta chissà dove, con indosso uno spettacolare vestito di pizzo nero che lascia la schiena scoperta e le più belle scarpe che abbia mai avuto. Ma soprattutto con l’uomo più sorprendente che io abbia mai conosciuto, che cammina al mio fianco tenendomi la mano.

 

Tu mi porti su…poi mi lasci cadere

Inchiodata al muro, le braccia tese sopra la testa imprigionate nella sua stretta, il respiro accelerato in attesa del bacio che mi scioglierà nuovamente come neve tra le sue braccia. Il suo volto si avvicina sempre di più al mio finché siamo bocca contro bocca. Sento i battiti del mio cuore correre disperati: baciami, gli ordino con il pensiero.

Strofina le labbra sulle mie, lecca, succhia, strofina di nuovo. Sono completamente rapita dal tocco della sua bocca morbida, mi inarco disperata verso di lui, per quanto la sua presa me lo conceda, schiudendo le labbra in una disperata richiesta di avere di più. Voglio sentire il suo sapore, assaggiare un’altro dei suoi baci morbidi e profondi, perdermi in quella sensazione che oramai è già una droga di cui non so fare a meno. Ride, di nuovo, contro le mie labbra “Ti ho detto di no, e te lo dico di nuovo: No!” Spalanco gli occhi e il sorriso soddisfatto che mi trovo davanti riaccende la mia rabbia portandola in un lampo a livelli pericolosi. Strattono le braccia cercando di liberarmi “Lasciami” sibilo furiosa

“Calmati” replica calmo tenendomi inchiodata al muro. Dio come mi fa incazzare! Non solo mi umilia dicendomi di no, ma poi pretende pure che io stia li buona mentre mi provoca solo per umiliarmi ancora di più l’attimo dopo. Ma quanto idiota devo essere a cedere in un gioco simile? Devo togliermi da qui, andarmene finché ho ancora uno sprazzo di dignità, dimenticarmi di tutto. Strattono ancora più forte cercando di allentare la morsa delle sue mani strette contro i miei polsi, ma lo stronzo non molla. Abbasso lo sguardo concentrandomi meglio sullo sforzo per liberarmi: la vista del mio corpo nudo mi fa incazzare ancora di più. Umiliata fino al midollo strattono furiosa  e finalmente riesco a liberarmi. Veloce come il fulmine stringe la sua mano attorno al mio collo e mi respinge brutale contro il muro, il suo corpo si schianta sul mio con tutti i suoi novanta chili di muscoli e sono di nuovo prigioniera. “Lasciami”  gli urlo addosso ormai incontrollabile. Lacrime di rabbia scorrono copiose aumentando la mia ira e la mia umiliazione in maniera proporzionale. Riesco a infilare le mani tra i nostri corpi e cerco di spingermelo via di dosso “Lasciami” ormai piango senza freni “lasciami cazzo!” Continua a pesarmi addosso stringendomi il collo. La mia dignità va definitivamente a farsi fottere e smetto di lottare limitandomi a supplicarlo. Voglio solo andarmene da li, voglio stare sola a raccogliere i miei pezzi dispersi al vento da quest’uomo “Lasciami per favore”  singhiozzo.

“Guardami”

Abbasso gli occhi dando il via all’ennesima cascata di lacrime.

“Guardami ho detto” aumenta la stretta al collo, faccio quasi fatica a respirare. Cerco di aprire la bocca per respirare ma lui stringe ancora “Ho. Detto. Guardami”  Ringhia

Obbedisco e allenta la presa senza lasciarmi però

“Ti ho detto di no”

“Ma dai?Vuoi ripetermelo un altro paio di volte? Caso mai le prime due non fossero state sufficientemente umilianti?” Anche se ho smesso di lottare fisicamente non riesco a trattenere la rabbia nel rispondergli.

“Vuoi stare zitta e ferma un secondo e lasciarmi parlare invece di fare la femmina isterica?”

Ha pure il coraggio di fare l’offeso, ma grandissimo pezzo di… “Fottiti” gli urlo in faccia. Si irrigidisce e io pure. Aspetto che esploda e per un attimo penso che mi farà male. Invece molla la presa sul collo e scoppia a ridere. Si scosta da me per appoggiarsi al muro tenendosi la pancia per il gran ridere.

Fisso la scena allibita,  mi sembra di essere finita in una brutta candid camera! Resto imbambolata solo per qualche secondo poi raduno il mio orgoglio e mi allontano a grandi passi da lui.

Cammino rigida e ferita per la stanza. Prendo un paio di slip e una maglietta dalla mia borsa ai piedi del letto e li infilo dandogli le spalle. Sono così furiosa che non voglio nemmeno guardarlo! Una miriade di frasi acide mi salgono alla bocca ma, con uno sforzo disumano, mi trattengo: sarebbe solo la dimostrazione di quanto è riuscito a ferirmi. Sarebbe solo un elemento in più in suo potere per umiliarmi di nuovo. Sono stata una vera cretina, lasciarmi andare così! Ma che cavolo mi è passato per la testa? Come se non le conoscessi le persone!! Tutte uguali. Tutte pronte a prendersi ciò che gli serve e poi a farti a pezzi e scaricarti come immondizia lungo la strada! Non mi bastano le cicatrici ancora aperte che mi porto addosso? Noooo, io da brava idiota mi dovevo buttare senza paracadute in una cosa folle con il Bastardo Supremo! Ma vaffanculo – mi dico – vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo.

Così presa dai miei pensieri non mi accorgo che le risate sono finite ne di lui che mi si fionda addosso a braccia aperte a tutta velocità. Caccio un urlo sorpreso quando mi travolge. Cadiamo sul letto. Lo guardo allibita “Tu sei pazzo”

“Si” ride “pazzo di te”

“Fottiti”

“Fotterei volentieri te piccola”

Lo guardo a bocca aperta, da perfetta idiota quale lui mi fa sentire.

“Ti ho detto di no” sospira ” perché stanotte non ti sei risparmiata”

“E quindi? Non mi sembravi dispiaciuto” brontolo

“Dispiaciuto? No tesoro! Tu in preda al desiderio sei la cosa più sexy e magnifica che io abbia mai visto”

“E allora perché?” lo guardo supplicante “Volevi solo umiliarmi?”

Mi fissa scioccato “Umiliarti?” esclama “E’ questo che pensi?”

“Cosa dovrei pensare scusa? Mi baci, mi fai venire voglia di avere di più e poi mi dici di no! Mi riesce difficile pensare che sia un complimento. No?”

“Ti ho detto di no, piccola, perché stanotte è stata impegnativa…per entrambi. E prima di rifarlo abbiamo bisogno di mangiare e di dormire. Mi farai venire un infarto altrimenti!”

“Ma abbiamo dormito”

“Si, mezz’ora piccola”

Mi guardo attorno accorgendomi solo ora che la stanza è buia perché tutte le tende sono state tirate e gli enormi scuri fatti scorrere lungo i binari esterni bloccando così l’invadente luminosità del mattino “Sei stato tu?” chiedo indicandoli

“No. Ho provato ad alzarmi per chiudere tutto perché la luce ti arrivava addosso e continuavi ad agitarti” spiega tranquillo “Ma appena ti lasciavo ti agitavi di più” arrossisco come un aragosta bollita  “E poi” mi trascina su di se in un abbraccio baciandomi delicatamente il collo “Mi piace tenerti stretta tra le braccia e guardarti dormire”

Sorrido come un ebete lusingata e imbarazzata “E chi le ha chiuse allora?” la tensione di poco fa svanita tra un bacio e  l’altro sul collo “Babbo Natale?”

Ridacchia mentre mi morde il lobo dell’orecchio “No tesoro” mi piacciono questi morsi delicati che mandano brividi lungo tutta la spina dorsale “Niente Babbo Natale. Solo una banale cameriera”

Mi sollevo sugli avambracci e lo guardo. Non potrei esser più sorpresa nemmeno se mi avesse detto che nevica viola in pieno agosto ai Caraibi! “La cameriera???? Quale cameriera, scusa?”

“Quella che è entrata a portarci la colazione” indica con un gesto della testa un carrello disposto nell’angolo della stanza, di fianco ad un tavolo immacolato apparecchiato per due. Non ricordo di aver visto un tavolo la sera prima.

“Ho ordinato fragole, cereali, yogurt, latte, biscotti e torta al cioccolato” ritorna a mordermi l’orecchio “Sai…non sapevo cosa ti piace al mattino”

“Caffè” mi limito a rispondere. Quest’uomo è una costante sorpresa.

“Mhhhh” i suoi denti affondano nella carne morbida dell’orecchio strappandomi un sussulto di piacere “Devi anche mangiare” tira il lobo e sussulto ancora.

Mi muovo languida su di lui, la mia voglia riaccesa dai continui morsi delicati, allargo le cosce sentendo la sua eccitazione premere contro il mio centro. Mi lecca il collo e di nuovo morde l’orecchio. Mi posiziono meglio sopra di lui e quando i suoi denti mordono di nuovo la mia carne ne approfitta per spingersi tutto dentro di me. Soffio fuori un mugolio di assoluto piacere e prendo a muovermi al mio ritmo sopra di lui. Questo è il mio posto, questo è il suo posto.

 

Non è così semplice

Il vetro riflette l’immagine dei nostri corpi abbracciati. Il bianco latte del mio sembra fondersi con il color biscotto della sua pelle. Rido pensando che ci ho appena paragonati a una colazione per bambini.

“Me lo dirai prima o poi” sussurra sul mio collo

“Cosa?”

“Che cosa riesce a farti ridere così” smetto di sorridere e mi irrigidisco. I miei sensi sono di nuovo all’erta ma stavolta nessun impulso sessuale li percorre. L’istinto urla pericolo a squarciagola. Rispolvero l’armatura e la indosso con un sospiro di rimpianto, l’attimo di felicità mi è sfuggito come acqua tra le dita, lasciandomi più assetata che mai, e sembra già così lontano da  essere oramai irraggiungibile. “E’ meglio che mi asciughi” mormoro cercando di allontanarmi. Sento improvviso e urgente il bisogno di spazio. Mi afferra per un polso un’attimo prima che sia del tutto fuori dalla sua portata. Restiamo fermi così, guardo il mio polso sottile imprigionato nella sua mano. Il contrasto tra i nostri colori lo fa sembrare ancora più pallido. La sua presa è salda e determinata, vedo la mia pelle arrossarsi lievemente quando aumenta un po’ la pressione, gli basterebbe stringere poco di più per farmi male “Guardami!”

Tengo la testa bassa e lo sguardo incollato sulla sua mano stretta attorno al mio braccio “Guardami, cazzo!”

Sento qualcosa spezzarsi dentro di me. Non ha urlato, non mi sta facendo male, ma un brivido di paura mi corre giù per la schiena. Per un’attimo ho sentito l’impulso irrefrenabile di obbedire: alzare lo sguardo e buttarmi tra quelle braccia che promettono protezione e sicurezza. Non posso! Non posso! Non posso! Siamo proprio creature deboli noi umani: costantemente bisognose di mostrare le nostre ferite a qualcuno che le curi, perennemente in cerca di colui che ci proteggerà con le sue forti braccia combattendo per noi guerre che non gli spettano, scacciando demoni che non gli appartengano, confondendo troppo spesso colui che ci scalda il letto con colui che sarò in grado di accendere di nuovo il fuoco nel nostro cuore. Ripenso a quello che è successo così poco tempo fa. Sento ancora il dolore del cuore che si spezza nel gelo di quell’ospedale. Non vedo più la sua mano che stringe il mio polso, adesso lo rivedo ancora più bianco del solito, pieno di cannule e cannette che sembrano sfocate oltre il velo di lacrime che non sapevo di stare versando. In un’attimo mi ritrovo proiettata indietro di mesi, all’attimo in cui capì davvero che la vita è solo un soffio di vento tra i capelli. Rivivo il giorno in cui tutti i sogni di ragazzina e le indistruttibili certezze dell’adolescenza mi crollarono addosso come un polveroso castello di carta lasciandomi infinitamente sola tra le rovine della mia esistenza. Lui mi ha regalato un momento di magia che per un istante infinito mi ha portato lontano dalla desolazione del mio cuore ma il mio destino è questo. Devo pagare per il resto della mia vita per essermi fidata. La mia superficialità è stata pagata da un’altra creatura, il prezzo richiesto è stato alto. Tropo alto. Ora non mi resta che restare qui sola tra le rovine della mia esistenza e pagare la mia colpa per il resto del tempo che è stato stabilito io viva.

Il pensiero mi riscuote, riportandomi nel mondo in cui ormai da cosi poco, ma per un tempo che già sembra infinito, sono abituata a stare. Sento le mie difese ergersi: mura solide e insormontabili destinate a tenere fuori chiunque tenti di raggiungermi. Punto i miei occhi nei suoi ordinandogli in silenzio di lasciarmi andare. I secondi passano, lui non abbassa lo sguardo, intenzionato a non cedere, a lottare. Vorrei spiegargli che non vale la pena combattere per un mondo fatto solo di rovine ormai irrecuperabili, ma non capirebbe, mi farebbe delle domande, troppe. Non ho voglia di spiegare, ne di rispondere. Continuiamo a guardarci, duellando con gli occhi sotto lo sguardo attento della luna. Il silenzio è diventato denso.

Alla fine sento le sue dita lasciare lentamente la presa finché il mio braccio è finalmente libero.

Con due passi riduce la distanza tra noi, prima ancora che io mi sia resa del tutto conto di essere libera.

I suoi occhi, così vicini ai miei, brillano di passione, rabbia e determinazione. Affonda la mano tra i miei ricci stringendoli forte. Sussulto sorpresa. “Puoi costruire tutti i muri che vuoi” le sue labbra sono pericolosamente vicine alle mie “Ho fatto tutta questa fatica per prenderti” la sua lingua guizza sull’angolo della mia bocca catturando una lacrima. Cazzo, non mi ero nemmeno accorta di aver iniziato a piangere! “Non ti lascerò scappare” percorre tutte le mie labbra assaggiandomi. Tremo così tanto che sollevo le mani sul suo torace per sostenermi “Tu sei mia!” ruggisce. L’assalto alla mia bocca è urgente e focoso. Dimentico di nuovo tutto soccombendo completamente al suo fuoco.

Mia Luna

Sono stremata. Dopo avermi lavato con una delicatezza che la mia pelle mai aveva sperimentato, e scopato con un bisogno che la mia anima non aveva mai sognato, quest’uomo magico mi ha avvolto in un morbido asciugamano e mi ha spedito fuori dalla doccia con una sculacciata soft. Ora, mentre lui si gode la sua meritata doccia, io resto in piedi davanti a questa enorme vetrata. La luna, gialla e enorme sembra occupare tutto il cielo. Resto a guardarla incantata, senza pensare a nulla, completamente svuotata nel corpo e nell’anima. I capelli ancora bagnati gocciolano, tracciando una linea  umida che corre dalla spalla all’attaccatura del seno per poi  morire assorbita dall’asciugamano immacolato. Penso pigramente che dovrei asciugarmi, prima di prendermi un raffreddore, ma la sua voce calda che canticchia felice sotto la doccia e questa luna magica che riempie gli  occhi col suo colore dorato, mi ammaliano facendomi sentire così felice, che evito di muovermi per la pura di spezzare questo momento magico.

Appoggio le mani sulla vetrata nell’inutile tentativo di toccare quella sfera luminosa che occupa il mio cielo. A lei, signora indiscussa della notturna volta celeste a cui i più grandi poeti hanno innalzato odi d’amor. Mi domando se anche loro abbiano vissuto notti così. Notti piene di incanto e follia. Quelle notti in cui qualcuno ti svela i segreti dell’amore e tu sei così felice che vorresti urlarlo al mondo, dicendo a tutti che è solo grazie a lui se questa vita si è colorata improvvisamente di tinte così brillanti da accecarti. Guardo questa luna che riempie l’oscurità e credo di capire perché alla fine questi sentimenti misteriosi li abbiano affidati a Lei. Lei, involontaria spettatrice dei più preziosi attimi d’amore; Lei , silenziosa custode di cuori innamorati che a Lei sola si svelano, certi che essa custodirà il loro lussurioso segreto fino alla fine dei tempi, senza timore di essere traditi o umiliati dal suo scherno. Perché da sempre la luna è stata spettatrice dei più grandi amori e dei più dolorosi drammi e sa in quanto dolore può trasformarsi l’amore. Immersa in questo spettacolo mozzafiato vorrei anche io essere capace di spiegare a parole i sentimenti che si muovono dentro di me come tantissime lucciole di speranza. Ma  non sono mai stata brava con le parole, ancora meno con i sentimenti. Mi limito ad aprire il mio cuore e lasciare che solo Luna possa scrutarci dentro avvolgendo le mie lucciole nella sua dolce luce d’oro. Il suo corpo si fonde al mio in un dolce abbraccio. Posa un bacio delicato nell’incavo tra il collo e la spalla “A cosa pensi piccola?”images

Sorrido beata in risposta.

“Che bella che sei quando sorridi”

Divento rossa, ma continuo a sorridere incapace di fare altrimenti.

“Hai visto?”

“Cosa?” ma perché non riesco a smettere di sorridere come una cretina? Lui indica la luna, che adesso mi sembra ancora più immensa e luminosa “Che cosa ho ordinato per te!”

Mi sciolgo tra le sue braccia.

Semplicemente è.

Sotto la doccia, seduta a terra, mi godo la sensazione rassicurante dell’acqua che mi scivola addosso ripulendomi da questa folle folle giornata. Con le braccia avvolte alle gambe, la testa appoggiata sulle ginocchia e gli occhi chiusi mi perdo un po in onde di pensieri ora allegri ora malinconici. Sono abituata a stare sola: me lo ha insegnato il mio dolore. Il dolore, quello vero, quello che la ragione umana non riesce a spiegare. Quello che non trova la sua spiegazione nella naturale evoluzione del ciclo della vita, quello che ti colpisce in modo subdolo e inaspettato, lasciandoti alla deriva agonizzante ma, purtroppo, ancora viva. E’ quel dolore li, totale e inconsolabile, che ti costringe a stare sola. Forse perché non riesci a riprenderti e forse anche un po per scelta, perché stare soli significa smettere di parlare, non dover spiegare a qualcuno com’è. O quanto male fa.  Che poi, se ci penso, mi dico che è una cosa ridicola. Sarebbe come se si andasse a chiedere a uno che ha appena subito l’amputazione di una gamba com’è! Non si fa. Anche se non sai com’è, non lo si fa. Eppure tu non lo sai mica come dev’essere vivere senza una gamba no? E nemmeno sai cosa significhi essere ciechi e dover vivere una vita intera al buio. No, non lo sai com’è: a meno che tu non sia cieco o senza una gamba. Eppure nessuno, tranne forse i bambini con la loro inconsapevole innocenza, si azzarda a chiedere a un cieco cosa prova, com’è diventato cieco e perché non fa niente per tornare a vedere. Non lo si fa, perché sarebbe maleducato. Ma in fondo non lo si fa perché si sanno già le risposte: una vita al buio è una vita senza luce, magari bella uguale ma comunque senza luce, e un conto è scegliere di vivere al buio, un altro è subire un’esistenza nelle tenebre. Quando non scegli tu puoi pure rassegnarti al tuo destino ma, cazzo, se ti rode dentro! E non gli vai a chiedere a un cieco perché non fa qualcosa per tornare a vedere. Non ci vai perché magari non può. O magari si. Ma metti che non può hai pure fatto una figuraccia e da li come ne esci? Se sei stato insensibile (perché dai quanto devi essere scemo a chiedere a un cieco come mai non torna a vedere????) non è che puoi venirne fuori bene da quella situazione, bene che vada hai rimediato una colossale figura di merda e ti tocca ritirarti a occhi bassi dandoti mentalmente del coglione.  Allora io mi chiedo e mi domando: ma se usi queste delicatezze davanti a una situazione simile per quale assurdo, incomprensibile, inspiegabile cazzutissimo motivo la maggior parte delle persone non si fanno problemi a chiederti perché tu, spezzata dal Dolore, non ti riprendi. E attenzione perché se ne guardano bene dal cercare di capire come mai fa così male: non lo sanno perché ma immaginano che non possa esserci dolore più grande. Come lo sanno? Bho. Forse è semplicemente insito dentro ognuno di noi. Capiamo in modo naturale che una cosa così è sbagliata, anche se succede fin dalla notte dei tempi. Non so, non ho risposte. Solo un mucchio di domande destinate a restare senza soluzione. Alla fine ero così stanca di tutte le giustificazioni ridicole e dei tentativi di consolazione banali che gli altri continuavano a propinarmi che ho iniziato a stare sola. Anche in mezzo a un mucchio di gente ho imparato a chiudermi dentro la mia testa e stare sola. Sola e zitta. Soprattutto zitta. E un po alla volta le persone hanno finalmente smesso di chiedere, fino ad arrivare a non domandare più del tutto. Oggi si limitano a guardarmi, la maggior parte delle volte, con quello sguardo misto di pietà e comprensione che mi fa venire voglia di prenderli a calci nel di dietro. Però ho scoperto che mi piace stare sola.

Anche adesso sono sola. Ascolto i miei pensieri muoversi nella testa mentre l’acqua mi accarezza la pelle.

Per la prima volta, dopo tanto tempo sono pensieri di gioia. Felici.

Sorrido.

La porta si apre. E’ tornato

Frammenti di anime

Resto ferma, rigida, nel suo abbraccio. Dovrei farmi un sacco di domande ma la verità è che le sue mani che mi accarezzano la schiena mi rilassano. Mi sistemo meglio nel suo abbraccio. Fai quello che ti pare, penso, intanto io mi godo queste coccole inaspettate. “Sai” la sua voce è calda e dolce “ era tanto che non mi divertivo così”                                    Sorrido contro la sua camicia “Ah si, ti diverto?”                                                                                “Si”                                                                                                                                           “Mmmm…” sono così stanca che rischio di addormentarmi coperta dalla sua pelle “e cosa ti diverte così tanto? Raccontami”                                                                                                  “Tu”                                                                                                                                                            “Io?”                                                                                                                                                          “Si tu”                                                                                                                                                    “Nel senso che mi trovi buffa?”                                                                                                                “Nel senso che non ti trovo noiosa”                                                                                                 Sbadiglio, sto troppo bene per prendermela “Dovrebbe essere un complimento? No, perché non ti è uscito proprio bene sai?” sorrido e sbadiglio mentre lo dico. Una cosa imbarazzante.                                                                                                                                    “Cos’è sei permalosa?”                                                                                                                             “Permalosa? Io?” scoppiamo entrambi a ridere. Io sono la regina delle permalose, lo sanno tutti. Certo le persone credono che questo sia frutto di un estrema sicurezza in me stessa e, come spesso succede, sono distanti mille mila migliaia di milioni di anni luce dalla realtà “Sua Permalosità sta ridendo di Lei?” mi canzona lui allegro.                                                “Sarà che vedere il padrone supremo degli Stronzi che si dedica all’ingrato compito delle coccole alla mia persona, mi rende più incline alla tolleranza”                                                “Uh che eloquio forbito mia Regina” Con la testa appoggiata al suo torace posso ascoltare il suono delle sue risate come se fosse dentro di me. Mi stupisco di come riusciamo ad essere rilassati e a nostro agio dopo tutto quello che abbiamo combinato. Tra le sue braccia mi sento al posto giusto. Mi chiedo perché la mia anima si sia spinta verso quest’uomo. Cosa gli avrà riconosciuto di così speciale? Come mai uno sconosciuto riesce a farmi stare meglio anche della mia famiglia? Sono tutte domande a cui non ho risposta; passano come lampi nel mio cervello per poi sparire con la stessa velocità con cui sono arrivati. Si perché in fondo la verità è che non me ne frega nulla di cosa lui sia o del  perché abbiamo questa simbiosi naturale. L’unica cosa che conta è che dopo tutte queste tenebre nel mio cuore sembra essersi riaccesa una scintilla di luce. Non so se durerà, se diventerà un incendio o se si spegnerà domani. So solo che in questo momento c’è. E scalda il gelo che ho dentro. Lui è un soffio di primavera. E io mi sento felice come non mi sentivo da un eternità.                   “A cosa pensi?” sto per dirglielo quando il letto su cui siamo seduti è scosso da una vibrazione. E poi un’altra. E un’altra. Il suo telefono al centro del letto si illumina a intermittenza con le vibrazioni. Si allunga a prenderlo sciogliendomi dall’abbraccio. Guarda il display con aria crucciata: “Scusami piccola. È lavoro. Devo rispondere.”                              “Ok” vorrei fargli notare che oramai saranno le tre del mattino e che è assurdo che qualcuno chiami a quell’ora per lavoro, a meno che tu non sia un chirurgo ovviamente.  Decido che è meglio stare zitta. Se ha deciso di rispondere avrà i suoi motivi e io non sono proprio nessuno per dirgli cosa fare e cosa no.                                                                                Mi sfiora le labbra con un bacio “Lavorare nei locali significa lavorare di notte piccola!”    Ma come fa? Come riesce a sapere cosa mi passa per la testa?                                                     Scoppia a ridere mentre lo guardo a bocca aperta “Torno subito, tu rilassati”                     Raggiunge la porta e la apre ” Ah e comunque” mi riprende mettendo anche un delizioso quanto fìntissimo broncio ” io non sono Stronzo”                                                                       Scuoto la testa ridendo  e lui esce “Pronto, ciao” è tutto quello che sento prima che la porta si richiuda dietro di lui.                                    images                                                                                           È andato nel corridoio dell’albergo per rispondere al telefono?! Non è normale!                   Beh del resto nulla in questa serata mi sembra normale, e in fondo è un problema suo dove preferisce rispondere alle sue telefonate. Io di solito vado in bagno. Non so, mi piace l’effetto sonoro che ha il microscopico bagno di casa mia. Adoro stare li a parlare ascoltando la mia voce rimbombare tra le piastrelle e farsi più spessa e profonda; a volte mi metto addirittura a ridere nel mezzo delle telefonate, quelle noiose, solo per vedere se li dentro riesco a dare alla mia risata quell’effetto “strega cattiva di Biancaneve” che non sono mai riuscita ad ottenere. Decido di seguire il suo consiglio e rilassarmi. Mi avvolgo meglio nella coperta e punto dritta verso la principesca doccia.

Io

La mia mente gira a mille, vaglia le possibili vie di fuga scartandole una a una. Non posso certo spiegargli che le mie lacrime contenevano un amore ormai perso. Un’amore che nessuno mi avrebbe restituito e, soprattutto, che non c’era modo di sostituire. Ci sarebbero state troppe domande. Avrebbe indagato, voluto sapere. Avrei dovuto parlargli del Casino! No. No. No Assolutissimamente NO! Mi sentivo come un leone in gabbia, costretto a girare in tondo gli occhi che non perdono di vista il suo carceriere, pronto ad attaccare se non trova presto una via di fuga. Ci tenevo, ci tenevo tanto a quel gran bastardo ma, se avesse continuato, se mi avesse messo alle strette avrei attaccato. Lo avrei fatto, senza alcuna pietà. La mia anima è un abisso di oscurità in cui annego ogni giorno. Nuoto verso l’alto sapendo che lì troverò luce e ossigeno, ma ogni spinta verso la superficie inspiegabilmente annego un po di più. Trascinata da una forza invisibile che mi attrae in una discesa buia e infinita. È così che mi sento. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante. Tranne… tranne inspiegabilmente quando sto con lui. La sua presenza sembra ridarmi la capacità di nuotare verso la luce. Ogni volta che è con me sento i polmoni riempirsi di aria pura. Mi sento leggera, forte, felice. Questa consapevolezza mi destabilizza. Cosa devo fare? Dirgli quello che vuole sapere? Confessare il mio dolore e la mia colpa? Ma se comincio a parlare, se lo dico a voce alta, poi come farò a rinchiudere di nuovo tutto dentro a quello spazio troppo piccolo e scuro che è diventato il mio cuore. Se le persone che avrebbero dovuto naturalmente amarmi e sostenermi sono scappate lasciandomi sola davanti alla devastazione provocata da una perdita così immensa, come posso pensare che sia in grado di resistere lui. Lui che non mi deve nulla. Lui che mi conosce a stento. Non sa nemmeno quale sia il mio colore preferito. Come può pensare di sostenere il mio segreto, così distruttivo e così gelosamente custodito. Posso rischiare? E se sbaglio, quanto farà male? Può un dolore che ti ha già ucciso l’anima una volta, ucciderti di nuovo? Non lo so. Ma di sicuro non voglio rischiare.

L’unica risposta che riesco a dargli è una scrollata di spalle mentre mi nascondo in un altro sorso di whisky. Sento gli occhi riempirsi di lacrime. I ricordi rischiano di travolgermi e spezzarmi ancora. Un altro sorso e il bicchiere è vuoto. L’alcool non è esattamente la soluzione ai miei guai ma, in questo momento, mi sembra l’opzione migliore che ho; mi da la forza di ricacciare indietro lacrime che non voglio.  Mi stampo un sorriso finto come le tette di silicone e alzo lo sguardo verso di lui.

Il divano in stile chesterfield è di un intensa tonalità di verde che mette in risalto i suoi colori. Il profumo della pelle lucida e consumata si mischia al suo in una miscela inebriante. È seduto in posizione rilassata, le gambe accavallate ed un braccio piegato a sostenere la testa leggermente inclinata. Fa ruotare il bicchiere nell’altra mano. Il liquido ambrato ruota in vortici brillanti. Mi studia in silenzio. Mi agito nervosa, accendo un’altra sigaretta. Fumo in silenzio concentrandomi sui miei pensieri. Cerco di non ascoltare questo silenzio che mi supplica di riempirlo con parole che non posso pronunciare. Guardo il fumo salire con le sue lenti spirali fino alle travi di legno bianco del soffitto; si insinua tra le fessure del legno e sparisce, come per magia. Quante volte in questi ultimi mesi ho sognato di poter sparire anch’io così?

La notte che mi risvegliai in quel gelido letto di ospedale è stata la prima volta in cui l’ho pensato. Non appena l’effetto dell’anestesia liberò i pensieri dalla nebbia riportandoli alla luce con tutta la loro infinita sofferenza mi chiesi, sommersa di lacrime, come sarebbe stato sparire. Semplicemente svanire, senza rumore. Lasciare che tutto finisse e tornare a far parte dell’aria. Ricordo di essermi chiesta quanto coraggio ci volesse per essere solo aria. Alcuni credono che scegliere di restare sia un gesto di coraggio, ma io mi chiedevo perché? Lottare è un verbo che vuole per forza un obiettivo, presuppone avere uno scopo, un bersaglio, qualcosa o qualcuno per cui valga la pena farlo. Però quando sei perso, quando il tuo mondo si è sbriciolato, il suo nucleo vitale è svanito e il tuo Senso si è frantumato in miliardi di pezzi a che serve il coraggio? Quando venderesti la tua anima al più crudele dei demoni per tornare indietro, quando saresti disposto a qualsiasi tortura pur di avere il potere di cambiare un solo unico istante, quando percorreresti in ginocchio la strada che conduce all’inferno per riavere ciò che ti è stato tolto; che senso ha lottare? Vorresti solo lasciarti andare e piano, piano svanire, come il fumo di questa sigaretta.

Non mi accorgo nemmeno di dove mi hanno portato i miei pensieri. Ancora un passo e sarò di nuovo nelle sabbie mobili della mia sofferenza. Ormai è un abbraccio conosciuto e famigliare . A volte mi ci lascio avvolgere in un trovando sollievo nella sensazione di sentirmi lentamente soffocare. La sofferenza si stringe sempre di più attorno al mio corpo svuotando i polmoni di ogni briciola di ossigeno, mi sembra di sentire le costole spezzarsi una ad una mentre aumenta la sua pressione, ma quando finalmente arriva al cuore, quando pensi che ancora un attimo, un ultimo assurdo dolore, e sarà tutto finito…niente, non succede niente. Già perché è impossibile stritolare qualcosa che si è già rotto ed i suoi frammenti sono volati via con la prima folata di vento. E così le lacrime scendono senza più freni, inarrestabili e infinite. Riempiono bocca e polmoni ma a me non importa. Riesco solo a pensare al dolore di quel cuore distrutto. Nulla potrà mai farmi soffrire così.

Le lacrime non sono solo un pensiero. Adesso scorrono sulle guance ma non le sento, troppo impegnata a farmi travolgere, per l’ennesima volta, dall’uragano delle mie emozioni.

D’un tratto mi sento strappare dalla poltrona. Sorpresa mi riscuoto dai miei pensieri trovandomi avvolta dal suo abbraccio “Basta piccola” sussurra tra i miei capelli “adesso ci sono io.” Asciuga le mie lacrime con un dito, appoggio la testa contro il suo petto cercando di ritrovare il controllo. Questa serata sta diventando una corsa sulle montagne russe. Mi chiedo distratta cosa starà pensando il cameriere del bar, ma la realtà  è che non mi interessa. Mi sento sfinita. Sopraffatta. E, incredibilmente, al sicuro. Resto li per un tempo infinito godendomi ad occhi chiusi il suono del suo  cuore che batte. Penso che forse in questo abbraccio poteri dormire senza incubi.  Ascolto il suo respiro regolare. La sua bocca mi sfiora i capelli in un bacio delicato “Dormi piccola” e, come se la mia mente obbedisse ai suoi comandi, crollo finalmente in un sonno senza sogni.